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Non ero triste per quel lavoro in particolare, ma un po’ per tutto. Perché per esempio a un certo punto la capa, una col carattere più tosto che esista, si è provata delle scarpe col tacco e un vestitino molto bello e, siccome non era capace di camminare sui tacchi, tutti ridevano e la prendevano in giro. Anch’io le ho sorriso e ho detto qualche stupidaggine, poi però son tornata al mio lavoro, perché non c’entro con quel gruppetto, in pratica mi sento l’ultima ruota del carro. Inoltre, a volte non m’importa proprio niente di tutto quello che devo fare (il lavoro, lo studio ecc.): lo sento lontano da me, anche se poi invece provo molta soddisfazione per queste stesse cose. Eppure c’è poco da fare: a volte mi sembra di recitare una farsa, una parte, un ruolo per sembrare “normale”, perché se fosse per me io me ne starei nel mio mondo e basta. Ho bisogno degli altri, gli altri mi piacciono, voglio bene a tutti e lì in particolare mi trovo bene e sono benvoluta; ma a volte devo fare grossi sforzi per mostrarmi socievole, per partecipare… perché non ne ho voglia. Sono solo momenti, che dipendono forse dalla stanchezza, da malumori passeggeri, e anche dal senso di inadeguatezza che mi porto dentro e che a volte credo di non voler neanche risolvere. Quando sto così, non m’importa niente di “guarire”, come dici tu, che invece ti preoccupi per me. Io vorrei poter vivere in pace con la mia inadeguatezza. A volte anch’io mi sento inutile. E, soprattutto, mi sento fragile: e vorrei poter vivere nel mondo con la mia fragilità, invece devo sempre cercare di rinforzarmi… Non mi va di dovermi sempre adeguare a modelli che non mi appartengono! Comunque non preoccuparti, sono piccole tristezze passeggere che a volte si fanno sentire un po’ di più. Dopo sono andata in libreria e ho comprato dei racconti di Hrabal, un po’ umoristici, così, per tirarmi su.

 

· 15

I cani, nel canile, si comportano così: abbaiano tutti, corrono verso la rete, scodinzolano, richiamano la tua attenzione. Probabilmente vogliono uscire dalle gabbie, hanno questa energia che li agita. Dubito che abbiano la cognizione di cosa significhi essere adottati; ma non so quali meccanismi li muovano. Di certo capiscono molte cose. Roger, per esempio, quando apro il cancello capisce se può uscire o no: dal mio abbigliamento, dal modo in cui mi avvio, dalle cose che ho in mano. Capisce subito se sto andandomene per i fatti miei, e allora non si muove nemmeno, mi guarda mogio e basta.

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Le cose che vedo in te sono vere, esistono. Se dovesse capitarti ancora di star male o esser triste, di avere le lacrime e il nodo in gola, potresti (se vuoi) chiamarmi: così, forse, potrei aiutarti. Non voglio più che tu stia male. E quell’espressione di cui parli, quella che dici di non riuscire a trattenere, la muta richiesta di tenerezza che ti si dipinge sul viso nei momenti più inattesi, la vedo anche in molti visi altrui. Poi, capita anche a me di provare la sensazione (il timore) di non farcela, ogni volta che mi accingo al compito impegnativo che sai. Perché è un compito difficile e incerto, se ci pensi, quindi questo timore latente rimane sempre. Ma ormai ho imparato a conviverci e a non prenderlo più sul serio: quando fa capolino, continuo a far le mie cose con fiducia, perché ormai ho capito di avere la padronanza del mezzo, e andando avanti si può solo migliorare. Questa consapevolezza finisce per sopravanzare e smentire questo timore, la “vocina” subdola e onnipresente che non si stanca di suggerirmi che forse quel compito è troppo difficile, che forse non ce la farò. Quella vocina non si stanca mai di apparire, ma nessuna parte di me le dà peso. È vero che resta un fondo di insicurezza, il residuo delle grandi insicurezze giovanili; ma i fatti, la pratica, l’esperienza mi permettono di esorcizzarlo e renderlo inoffensivo.