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Come cambia la vita di Archie? In modo radicale, a volte, per le conseguenze di scelte minuscole: d’altronde Auster, da bambino, durante un temporale, vide morire a pochi centimetri da lui un amico colpito dal fulmine — una di quelle esperienze che non possono non farti pensare ogni giorno a quella che in un suo libro ha chiamato La musica del caso. Le radici della famiglia di Archie restano le stesse: il patriarca che sbarcò in America all’alba del Novecento, partito a piedi da Minsk con cento rubli cuciti nella fodera della giacca, passato da Varsavia a Berlino per prendere finalmente una nave verso l’America. Isaac Reznikoff che voleva una nuova vita in un nuovo continente e che, su consiglio di un compagno di viaggio, si liberò di quel nome ebraico che poteva creare solo guai con gli antisemiti. Gli era stato suggerito di dire alle guardie dell’immigrazione di chiamarsi Rockfeller «perché in America tutti amano i Rockfeller» e, chissà, qualcuno l’avrebbe scambiato per un lontano parente — con inspiegabile accento yiddish — di quella dinastia miliardaria.
Ma Isaac dimenticò quel cognome e, messo alle strette dall’immigrazione americana esclamò «Ikh hob fargessen», «ho dimenticato». E quello, fraintendendo, scrisse sul registro: «Ichabod Ferguson». Un nome melvilliano, da protestante scozzese, per un ebreo bielorusso destinato a una vita di lavoro e a una fine prematura nel Nuovo Mondo, Ichabod nonno di Archie la cui storia, raccontata a pagina 1, tornerà come in un gioco di prestigio nelle ultime pagine del romanzo quando Auster si diverte, finalmente, come un illusionista generoso che decide di raccontare al pubblico i suoi trucchi alla fine dello show.

Matteo Persivale in la Lettura #266, pag. 18-19

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The 100 greatest novels. #13

Il 15 maggio 1796 il generale Bonaparte entrò in Milano a capo di quella giovane armata che aveva varcato il ponte di Lodi e annunciato al mondo che dopo tanti secoli Cesare e Alessandro avevano un successore. I prodigi d’ardimento e di genio cui l’Italia assistette nel giro di qualche mese, ridestarono un popolo addormentato; ancora otto giorni prima dell’arrivo dei francesi, i milanesi non vedevano in essi che un’accozzaglia di briganti avvezzi a fuggir sempre davanti alle truppe di Sua Maestà Imperiale e Reale; questo almeno era quanto ripeteva loro tre volte alla settimana un giornaletto, grande come la mano, stampato su cattiva carta.

Stendhal, La Certosa di Parma, traduzione di Camillo Sbarbaro, Einaudi, Torino 1944

La conoscenza della luce

«Nei nuovi supporti tutto è automatico: ma è fondamentale la conoscenza della luce e dei colori, e dei loro significati». In ogni periodo della storia «c’è stata una forma espressiva che ha guidato le altre. In epoca greca la scultura e la filosofia, nel Rinascimento la pittura, la musica nel Settecento e la letteratura nell’Ottocento. Questo è il secolo dell’immagine: per questo motivo non si può prescindere dallo studio di tutte le espressioni d’arte che circondano questa parola. Immagine». A partire da significati e simbologie. «Quando noi guardiamo un film riceviamo dallo schermo un’energia che non tocca solo i nostri occhi, ma tutto il corpo. Ogni colore dà un certo tipo di energia, ci fa provare emozioni diverse. La luce cambia la nostra pressione sanguigna, il nostro metabolismo».
Tra i temi che toccano la sensibilità di Storaro c’è anche della friabilità del futuro del digitale. «Si pensa che la digitalizzazione sia permanente: non è così, il supporto su cui vengono registrati i film è persino più deteriorabile della tradizionale pellicola. La conservazione digitale è una sfida che va affrontata seriamente». Non è il solo ambito che chiede un cambio di passo. «Ancora oggi si tende a formare chi si occupa di cinematografia in modo tecnico, come un esecutore, — osserva — . Poi c’è la necessità di qualcuno, di solito è il regista, che dice cosa fare: io credo che questo non basti più. C’è bisogno di un approfondimento culturale di tutto ciò che c’è intorno a un’immagine, dalla filosofia all’architettura, dalla pittura alla musica. Solo con queste conoscenze possiamo capire ciò che il regista ci chiede di fare».

Vittorio Storaro intervistato da Laura Zangarini, la Lettura #257, pag. 36-37

Il discettare umano al tempo globale

 

«Parmi d’aver per lunghe esperienze osservato, tale esser la condizione umana intorno alle cose intellettuali, che quanto altri meno ne intende e sa, tanto più risolutamente voglia discorrerne; e che, all’incontro, la moltitudine delle cose conosciute ed intese renda più lento ed irresoluto al sentenziare circa qualche novità.»

Galileo Galilei, Il Saggiatore

Anversa

Pieter Brueghel il Giovane, Danza nuziale allʼaperto, 1610

Nei palazzi dei nobili e della grande borghesia nascente, altre erano le preoccupazioni. Anversa era il nido del capitale, dove si erano insiediati i banchieri tedeschi, come i Welser e i Fugger. Lettere di cambio, credito a interesse, azioni minerarie e appalti milionari si convertivano in ducati che compravano l’elezione d’imperatori e vescovi, costruivano cattedrali, armavano eserciti, sedavano rivolte, acquisivano il diritto ad amministrare le tasse e la giustizia e finanziavano la cultura e gli artisti. Al tempo di Pieter il Vecchio, Anversa era il centro del mondo, dove tutto trovava una ragione economica.
Ma, nelle compagne come negli edifici cittadini, la morte era più forte del denaro. Trent’anni vivevano in media gli uomini: meno le donne, per cui ogni parto era un azzardo. L’igiene inesistente, le epidemie e qualche pratica bizzarra (come il vino ai neonati) uccidevano la metà dei bambini fino ai 15 anni. Eserciti mercenari, saccheggi e carestie imperversavano senza sosta. La pena capitale puniva molti dei crimini più comuni. I ricchi morivano anche di eccessi alimentari (la carne) o, se malati, per l’accanimento di medici ignoranti. La vita, per tutti, durava una manciata d’anni. Se l’economia reggeva questo mondo, lo spirito guardava necessariamente all’altro.

Eleonora Belligni, in la Lettura #252, pagg. 26-27

Utopia postmoderna

«Bisogna fare una grossa differenza tra il tempo moderno e ciò che è emerso successivamente, la postmodernità. Nella modernità è prevalsa l’idea del futuro, l’idea di una società perfetta. Le due grandi caratteristiche dell’utopia moderna sono la lontananza nel tempo e la negazione dello spazio, o meglio, la de-negazione dello spazio. Una sorta di spazio sradicalizzato. Nel postmoderno, invece, l’utopia non è più estensiva, ma intensiva. Un accomodamento nello spazio. Le giovani generazioni non sono più politiche ma tribù che praticano un’utopia quotidiana, in gruppi musicali, artistici, sportivi, religiosi, col passaggio dall’utopia lontana a una vicina. La postmodernità come sinergia tra arcaismo (archè) e sviluppo tecnologico. Le tribù e Internet.
È l’utopia dell’hic et nunc, un’utopia di nicchia. La definisco interstiziale perché appartiene al presente, non riguarda un futuro lontano, ma s’insinua nei piccoli spazi che restano liberi. Una sorta di “einsteinizzazione” del tempo, cioè una contrazione e una concentrazione nello spazio. Quasi un radicamento dinamico, quindi l’utopia come radicamento nel presente».

Michel Maffesoli intervistato da Carlo Bordoni, la Lettura #252, pag. 9

The 100 greatest novels. #7

 

Avrei desiderato che mio padre o mia madre, o meglio tutti e due, giacché entrambi vi erano egualmente tenuti, avessero badato a quello che facevano, quando mi generarono. Se avessero debitamente considerato tutto quanto dipendeva da ciò che stavano facendo in quel momento: — che non solo stavano per dar la vita ad un essere ragionevole, ma che per avventura la felice costituzione e temperie del suo corpo, forse il suo genio e la forma stessa del suo spirito, e, checché ne sapessero in contrario, fin le fortune di tutta la sua casa avrebbero potuto subir l’influsso degli umori e delle disposizioni prevalenti in quell’istante; — se essi avessero debitamente soppesato e valutato tutto ciò, ed agito in conseguenza, sono fermamente persuaso che io avrei fatto al mondo una ben diversa figura da quella in cui forse apparirò al lettore.
Credetemi, brava gente, non è cosa di sì poi poco conto, come molti di voi potrebbero essere indotti a credere.
Avete tutti, suppongo, sentito parlare degli spiriti animali, di come essi siano trasfusi di padre in figlio, e chissà quanto altro mai sull’argomento.
— Ebbene, potete fidarvi di quel che vi dico: nove parti su dieci dell’intelligenza o stupidità di un uomo, i suoi successi e insuccessi in questo mondo dipendono dai movimenti e dall’energia di codesti spiriti, dai tratti e congiunture in cui li ponete. Perché, una volta messi in moto, per il verso giusto o no — e non è affar da poco — via! essi partono in gran trambusto come pazzi sfrenati. E a furia di battere e ribattere lo stesso cammino, in poco tempo se ne fanno una strada piana e liscia come un viale di giardino, dalla quale, avvezzi che vi siano, nemmeno il diavolo in persona ce la farà più a staccarli. “Scusa, caro”, disse mia madre sul più bello, “non hai dimenticato di caricar l’orologio?” “Buon Dio!” esclamò mio padre, sbottando, ma sforzandosi nello stesso tempo di moderare il tono della voce: “Quando mai una donna, da Eva in poi, ha interrotto un uomo con una domanda così sciocca?”

Lawrence Sterne, Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo, traduzione di Antonio Meo, Mondadori Editore.

Gli anni

Annie Ernaux narra di come i suoi tempi di madre con due bambini piccoli fossero sommersi dal rimpianto di non poter scrivere, dalla maledizione verso se stessa, da una rabbia che l’amore filiale non attutiva minimamente e che solo più tardi, finalmente libera dalle incombenze familiari e lavorative, si era risolto con sgomento: aveva capito di quanto le difficoltà passate erano state la sua scrittura futura. Il brusio di allora l’aveva aiutata nella quiete di adesso. Il lavoro anche. Aver convissuto con la mancanza l’aveva portata a servirsi della mancanza, negandosi storie facili per riconoscere storie naturali. Ecco la parola: naturale. Quanto tempo aveva impiegato la Ernaux per Il posto? Un decennio. E per Gli anni? Un ventennio. Quanto tempo è servito a Carrére per realizzare L’avversario? Sette anni. Sono due opere che assorbono il mondo di chi le ha tracciate grazie al metabolismo accorto, mai forzato, e che per questa assimilazione stimolano rivoluzioni in chi le ha narrate e in chi le legge.

Marco Missiroli in la Lettura #244, pag. 3