Il Principe

Quanto sia laudabile in uno principe mantenere la fede e vivere con integrità e non con astuzia, ciascuno lo intende; nondimanco, si vede per esperienza ne’ nostri tempi quelli principi avere fatto gran cose che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con l’astuzia aggirare e’ cervelli degli uomini; e alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in sulla lealtà.

[ Ognuno sa quanto sia lodevole, per un principe, essere leale e vivere con onestà, non con l’inganno. L’esperienza dei nostri tempi ci insegna tuttavia che i prìncipi, i quali hanno tenuto poco conto della parola data e ingannato le menti degli uomini, hanno anche saputo compiere grandi imprese e sono alla fine riusciti a prevalere su coloro che si sono invece fondati sulla lealtà. ]

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XVIII-1, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Crisi

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Come sappiamo, da noi il fare tagli alla spesa pubblica viene chiamato spending review, per imitare il mondo anglosassone. E il nuovo commissario nominato alla spending review è Carlo Cottarelli, uomo proveniente dal Fondo Monetario Internazionale, che qualcosa ne capirà. Finora, i suoi predecessori (compreso il mitico Enrico Bondi, ex commissario di Parmalat) hanno realizzato ben poco sul taglio della spesa pubblica: probabilmente perché la spesa pubblica nutre l’enorme carrozzone dei politici e dei burocrati di Stato, i quali: a) non sanno cos’è davvero la crisi, perché non la vivono sulla propria pelle; b) sanno invece perfettamente che ogni taglio alla spesa pubblica è un taglio ai loro privilegi, e quello sì che lo sentirebbero. Ora, dopo i due anni di tentato salvataggio con la “cura Monti”, il Paese si ritrova con: a) il debito pubblico salito a 2.080 miliardi di euro; b) il rapporto deficit/Pil che sfora il tetto del  3% imposto dall’Unione Europea; c) la pressione fiscale nominale che ha raggiunto il 44,5%, e quella effettiva il 53,5%, con le piccole e medie imprese costrette a sopportare un carico reale che può arrivare al 68,3%. Intanto, la recessione ha fatto perdere oltre l’8% al prodotto interno lordo, dall’inizio della crisi: la metà di questo calo, guarda caso, si è prodotta proprio fra il 2012 e il 2013, gli anni del cosiddetto “salvataggio”.

Il Principe

 

Quanto sia laudabile in uno principe mantenere la fede e vivere con integrità e non con astuzia, ciascuno lo intende; nondimanco, si vede per esperienza ne’ nostri tempi quelli principi avere fatto gran cose che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con l’astuzia aggirare e’ cervelli degli uomini; e alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in sulla lealtà.

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Ognuno sa quanto sia lodevole, per un principe, essere leale e vivere con onestà, non con l’inganno. L’esperienza dei nostri tempi ci insegna tuttavia che i prìncipi, i quali hanno tenuto poco conto della parola data e ingannato le menti degli uomini, hanno anche saputo compiere grandi imprese e sono alla fine riusciti a prevalere su coloro che si sono invece fondati sulla lealtà.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XVIII-1, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

 

Grillo JP Morgan

jpmorganGRILLO

Dopo la rielezione di Giorgio Napolitano alla Presidenza delle Repubblica, vediamo cosa pensa la banca d’affari statunitense J.P. Morgan.
In una nota di ricerca, ha fatto la raccomandazione di acquistare titoli di Stato della periferia dell’Eurozona, quindi anche italiani, con la motivazione che la rielezione di Napolitano allontanerebbe il rischio immediato di elezioni anticipate. Perché è questo, a quanto pare, lo spauracchio principale per i mercati. J.P. Morgan scommette dunque su un governo di larga coalizione “pilotato” dal Capo dello Stato; quanto al Partito Democratico, ne segnala la situazione di “rischio esistenziale” (cosa evidente a molti).
Si osserva che molti nostri investitori sarebbero “scarichi” di titoli italiani, e quindi, con la ripresa generale degli acquisti, sarebbero costretti a comprarne anche loro, contribuendo al calo dei tassi e dello spread. Che gli investitori esteri stiano rientrando in acquisto sui nostri titoli di Stato l’hanno già segnalato il Fondo Monetario Internazionale e la Banca d’Italia: pare dunque che la cospirazione di cui tanto si parla non ci sia (anche perché non si capisce a chi gioverebbe cospirare contro l’Italia). Nessuno ha cospirato, pare, contro la Grecia o l’Irlanda o il Portogallo: soprattutto perché si è capito che, se qualcuno viene espulso dall’Euro, poi rischiano di uscire tutti. E l’ipotetica esplosione di un Paese come l’Italia arriverebbe a distruggere l’Eurozona, provocando un piccolo “tsunami” nel resto del mondo.

Qui non si è ancora risolto nulla, ovviamente. Difficile pensare ad un governo di “svolta”, è più probabile un governo di “manutenzione”, che servirà soprattutto a rassicurare i mercati (che, come si sa, reagiscono nell’immediato). Il Partito Democratico è al capolinea, il movimento di Grillo è sempre confuso e immobilizzato. Grida e minacce, per lo più a vuoto. L’apparato politico istituzionale è granitico: non basta improvvisare comizi via web per incrinarlo. Sul piano delle riforme economiche i 5Stelle hanno solo ricette salvifiche suggestive, che servono al capopopolo per assumere il ruolo di “protettore” della democrazia, che impedisce lo scatenarsi di una guerra civile.
Naturalmente, i riti di “democrazia diretta” via Web fanno ridere: solo chi è poco avvezzo alla navigazione in Rete può prenderli sul serio. Sia per le “parlamentarie” sia per le “quirinarie” non si è potuto sapere né il numero dei partecipanti online né i voti ottenuti dai vari candidati. Così, accade che i primi due “designati” dal popolo della Rete lasciano il campo al terzo, il giurista che sembra essere il più pericoloso per il Pd, vista la sua personalità e indipendenza. Tutto fa molto marketing: il tentativo di un’operazione “virale” (come quelle che vanno di moda), che non è riuscita perché qui l’accesso alla Rete è ancora limitato e frammentato.
Sembra chiaro che la priorità di Grillo sia di annientare il Pd, ovvero di nutrirsene, prendendogli la fascia di elettorato più arrabbiata e suggestionabile. Tanta democrazia, a parole: ma l’intento è quello del plebiscitarismo (vuole il 100% dei voti) e del divieto di dibattito interno vero. Sotto certi aspetti sembra l’altra faccia della medaglia che raffigura il capo del Pdl: addirittura estremizzato, per questo fa così paura. Perché quel che accadde nel 1994 potrebbe accadere ancora.

 

Corte tedesca

La settimana scorsa la Corte Costituzionale tedesca si è pronunciata sulla legittimità dell’Esm, il fondo permanente di soccorso ai Paesi in difficoltà della zona Euro. Come avevamo segnalato, la prevedibile sentenza di via libera sarebbe stata – altrettanto prevedibilmente – integrata con prescrizioni in grado di limitare l’operatività dei governi e dei parlamenti in tema di salvataggi. E così è stato.

Dando il loro assenso, i giudici costituzionali tedeschi si sono dunque allineati alle aspettative dei mercati e hanno consentito la partenza ufficiale del fondo Esm. Ma il dispositivo della sentenza, purtroppo, ha posto alcuni “paletti” che da molti vengono considerati assurdi. La prima condizione, che è ovvia, stabilisce che ulteriori impegni, che superino quelli già presi dalla Germania, dovranno essere approvati dal Parlamento. Ma la seconda condizione fissa in 190 miliardi – che equivale alla somma già impegnata – il tetto massimo di partecipazione della Germania al fondo Esm, il superamento del quale metterebbe in discussione la sovranità tedesca.

Cosa significa questo? Che, se venisse superata la sua attuale dotazione complessiva di 700 miliardi di euro (somma che non basterà a salvare la Spagna e l’Italia), il Fondo Esm in pratica non verrebbe rifinanziato. Questo dimostra quanto poco importi alla Germania – a dispetto delle recenti dichiarazioni positive di Angela Merkel – realizzare quell’unione politica dell’Europa da molti invocata: come dire che, se la trasformazione dell’Europa in una Federazione di Stati dovesse costare loro più di 190 miliardi, i tedeschi non ne vogliono sapere. E il colmo è che i mercati, all’indomani della pronuncia della Corte tedesca, hanno festeggiato.
 

Euro? Tranquilli.

Crisi dell’Euro: non vorremo dimenticarcene, vero? Se la settimana scorsa è stata importante, quella partita oggi potrebbe essere decisiva. Mercoledì ci saranno le elezioni in Olanda e la sentenza della Corte Costituzionale tedesca sulla legittimità dell’Esm, il fondo permanente di soccorso ai Paesi in difficoltà della zona Euro. Giovedì si concluderà la riunione del Fomc, l’organo della Federal Reserve americana che decide in materia di politica monetaria: il governatore dovrebbe annunciare un terzo programma di acquisto di bond in grado di stimolare l’economia. E venerdì 14 settembre ci sarà l’Eurogruppo, dove la Spagna potrebbe romper gli indugi e presentare la sua richiesta formale di assistenza finanziaria.

In Olanda, grazie ai successi nei dibattiti in tv del suo leader, Diedrick Samson, il moribondo Partito Luburista olandese (PvdA) è passato in cima nei sondaggi: il PvdA sta conducendo una campagna elettorale improntata al convinto sostegno all’integrazione europea. Il nemico giurato dell’Europa, il Partito della Libertà (ricorda qualcosa?), sta invece andando male e sembra addirittura tagliato fuori dalla possibilità di essere il perno della coalizione che guiderà il Paese. In perdita anche i socialisti radicali di SP, una formazione che ha posizioni antagoniste simili a quelle espresse in Grecia da Syriza.

Sul pronunciamento dei giudici costituzionali tedeschi c’è un generale ottimismo: un ipotetico verdetto contro il meccanismo di stabilità finanziaria sembra scongiurato, visto che una decisione del genere provocherebbe sui mercati finanziari una mezza catastrofe. La settimana scorsa Reuters ha interpellato in merito 20 giuristi di importanti università della Germania, e nessuno ha detto di aspettarsi una bocciatura dell’Esm. Dodici fra gli esperti interpellati ritengono che la sentenza di via libera sarà integrata con prescrizioni in grado di limitare l’operatività dei governi e dei parlamenti in tema di salvataggio di altri Paesi europei.

In Usa, giovedì il capo della Fed Ben Bernanke annuncerà il QE3 (Quantitative Easing), il terzo intervento non convenzionale di sostegno al ciclo economico. Il dato sui nuovi occupati di agosto, in calo da luglio e peggiore del previsto, ha rafforzato le aspettative in tal senso: anche le istituzioni più scettiche, come Goldman Sachs, hanno ammesso che ormai le probabilità di QE3 “hanno superato il 50%”. Il broker ha cambiato le sue stime sui termini dell’operazione e ora si aspetta che la Fed annunci un piano di acquisto da 50 miliardi di dollari al mese per un tempo indefinito, mentre il capo economista di JP Morgan stima un piano da 300 miliardi di dollari da spalmare tra questo settembre e gennaio 2013.

 

Non ce la potete fare!

 

13 giugno: Intervento del deputato Nigel Farage al Parlamento Europeo di Strasburgo, per commentare il prestito di 100 miliardi al sistema bancario spagnolo:

«Questo accordo non migliora le cose: le peggiora. Cento miliardi di euro sono stati accordati al sistema bancario spagnolo, e il 20% di quei soldi deve venire dall’Italia. L’accordo prevede che gli italiani debbano prestare soldi alle banche spagnole al 3 per cento, ma per trovare quei soldi, devono indebitarsi sui mercati al 7 per cento. E’ veramente geniale, non trovate? Veramente brillante!
Insomma, quello che stiamo facendo con questo accordo è che stiamo accompagnando paesi come l’Italia all’esigenza di salvarsi da soli. In aggiunta, ricarichiamo con un ulteriore 10 per cento il debito pubblico spagnolo e vi dico una cosa, che ogni analista bancario vi direbbe: cento miliardi non risolvono il problema bancario della Spagna: dovrebbero essere oltre quattrocento! E con la Grecia che barcolla in bilico sull’orlo dell’uscita dall’Euro, il vero elefante nella stanza è che quando la Grecia se ne va, la BCE, la Banca Centrale Europea, fallisce. Andata!
Ha 444 miliardi di euro di esposizione verso i paese salvati e per sistemare la situazione dovreste chiedere immediata liquidità all’Irlanda, alla Spagna, al Portogallo, alla Grecia e all’Italia. Non ce la potete fare, no! E’ un fallimento totale ed assoluto. Questa nave, l’Euro Titanic, ha impattato contro l’iceberg ed è triste ma, semplicemente, non ci sono abbastanza scialuppe di salvataggio.»

Ma cos’è questa crisi? (II)

Vediamo la produzione.
Negli ultimi due anni, solo i paesi emergenti sono riusciti a tornare ai ritmi produttivi precedenti. Le economie occidentali, invece, sono riuscite a ottenere solo una debole ripresa, che si è arenata la scorsa estate, quando s’è presentato il problema del finanziamento dei debiti pubblici europei. La debolezza della ripresa economica, insieme alla lievitazione dei debiti dei Paesi principali, ha spinto i mercati finanziari — chiamati a sottoscrivere una mole sempre più grossa di titoli di stato — a chiedersi se la situazione fosse sostenibile o se invece fosse meglio tagliare la corda e sposare i soldi altrove. È normale che i finanziatori si chiedano se i debitori potranno onorare i propri impegni, perché ogni sistema finanziario — su cui necessariamente poggiano i sistemi economici — si regge sulla fiducia nel futuro.
I primi a dovere aver fiducia nel futuro sono gli imprenditori, che investono per accrescere e migliorare la propria capacità produttiva e che quindi si rivolgono al mercato finanziario per ottenere i finanziamenti. Poi devono aver fiducia i finanziatori, per accettare di prestare le loro risorse a chi s’indebita per investire nella crescita. Questo è il meccanismo che s’è inceppato nel 2008, per il venir meno della fiducia nel mercato immobiliare americano, e che poi è tornato a incepparsi nei mesi scorsi, quando è sorto il problema dell’enormità dei finanziamenti che gli Stati drenano sui mercati finanziari.
Il meccanismo è logico: se viene meno la disponibilità di finanziamenti a basso costo per tutti, il mercato che deve fornire i capitali comincia a fare una selezione naturale fra i soggetti che chiedono finanziamenti. Chi è ritenuto più affidabile può ancora ottenere credito a tassi convenienti, mentre per i soggetti meno virtuosi il costo cresce inesorabilmente. Così si accentua il fenomeno dello spread, che dalla scorsa estate ci somministra il suo tormentone: cresce sempre più la differenza di rendimento che il mercato pretende per prestare soldi ai paesi meno affidabili. È la legge della giungla, dove i più forti sopravvivono e i più deboli soccombono.
Questo fenomeno della “selezione dei debitori”, poi, è stato manipolato dalle politiche delle varie Banche Centrali. Alcune hanno deciso d’intervenire sul mercato per difendere le loro valute, diventando compratori e finanziatori dei propri debiti pubblici, acquistando con moneta stampata di fresco i titoli pubblici emessi dai rispettivi governi e contribuendo così a mantenere bassi i tassi d’interesse pagati. Come la Federal Reserve americana (FED) e la Bank of England (BOE), che in questo modo hanno monetizzato il debito pubblico americano e britannico. Ma non ha fatto così la Banca Centrale Europea (BCE), che — sia per le rigide norme statutarie che impediscono di finanziare direttamente gli Stati, sia per la politica pregressa — ha assistito per mesi senza muovere un dito al deterioramento dei rendimenti sui titoli di Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia. All’inerzia della BCE si sono poi aggiunti la farraginosità e lentezza burocratica dei regolamenti europei, e gli egoismi nazionali dei principali Paesi (Francia e Germania in primis). Da qui viene la sostanziale incapacità, a livello europeo, di decidere strategie rapide ed efficaci per difendere gli anelli più deboli della catena.

 

Ma cos’è questa crisi? (I)

Vediamo di fare un riassunto, partendo da cinque anni fa.
Come sappiamo, lo scenario economico che ora il mondo sta vivendo lo si può definire come il colpo di coda (o la seconda gamba, secondo il gergo finanziario) della terribile crisi che si aprì a fine 2007 con il crollo dell’illusione immobiliare americana, con le case che s’erano vendute a tutto spiano con la certezza che tutti sarebbero riusciti a pagarle. Quella prima ondata recessiva fu provocata dal fallimento di molti mutuatari cosiddetti subprime, e dal conseguente crollo dei valori di tutti quei “titoli strutturati” che le banche d’affari americane avevano creato proprio sui debiti di mutuo subprime delle famiglie, e che poi avevano venduto a piene mani sul mercato finanziario riservato ai clienti cosiddetti “istituzionali” (con la complicità delle agenzie di rating, che attribuirono a questi prodotti il massimo merito di credito, ovvero la tripla A).
Quando il mercato immobiliare si sgonfiò e molti mutui non vennero più onorati, questi titoli subprime divennero “tossici”, arrivando a quotazioni minime e distruggendo gran parte del capitale di chi li aveva comprati. La loro tossicità (data dal fatto che valevano zero: un criterio semantico “rivelatore”, che, se applicato alla vita sociale, determinerebbe la “tossicità” anche dei barboni e dei poveri in genere) provocò negli Stati Uniti il fallimento di centinaia di banche di medie dimensioni, fino ad arrivare al colosso Lehman Brothers. Così, l’intero sistema bancario euro-americano dovette esser salvato con l’iniezione di cospicui finanziamenti statali, mentre il blocco del credito che ne seguì — per la psicosi del “chi sarà il prossimo a fallire” — generò a fine 2008 la pesantissima recessione delle economie occidentali e il forte rallentamento delle economie emergenti.
L’aver impegnato una così enorme quantità di risorse pubbliche per salvare le banche e per stimolare l’economia — che s’era bloccata — provocò il forte peggioramento dei bilanci pubblici negli anni seguenti. Così, la “ripresina” che s’è vista nel 2010 e nella prima parte del 2011 è stata ottenuta al prezzo di un’impennata del debito pubblico dei principali Stati del mondo sviluppato. Il famigerato rapporto debito/PIL, che nel 2007 per USA, Germania, Francia e Gran Bretagna era a ridosso del 60% (ritenuto la soglia di equilibrio e sostenibilità), negli anni seguenti è cresciuto e ancora continua a salire, raggiungendo livelli generalizzati superiori all’80% (gli USA sono ormai al 100%). L’Italia, che partiva dal 108% nel 2007, è passata nel 2011 a un debito pari al 120% del Pil, e quest’anno dovrebbe raggiungere il 128% (secondo le stime OCSE). Se la differenza rispetto agli altri paesi occidentali s’è ridotta, è perché quelli hanno peggiorato la loro situazione, non perché noi abbiamo migliorato la nostra.
Solo il Giappone, che ha un debito pari al 200% del Pil, e la Grecia, che arriva al 160%, ci battono. Il guaio è che per l’Italia – diversamente dal Giappone — il 45% circa di questo debito è in mani straniere, che possono decidere quando vogliono di rivendere i nostri titoli per spostarsi su altri Paesi, facendone crollare i prezzi e impennare i rendimenti. Da qui il grave problema dello spread e l’esistenza di una spada di Damocle sulla nostra testa.

 

Ah, sì? (5)

Tanto per essere chiari, mentre il premier francese Sarkozy fa appello ad Angela Merkel affinché accetti di varare i cosiddetti Eurobonds, garantiti da tutti i paesi dell’eurozona, che servirebbero per finanziare a tassi normali i paesi più in difficoltà, la teutonica risponde che le altre proposte collaterali potrebbero vederla favorevole, ma quella lì non è da prendere in considerazione. Concetti già ribaditi altre volte e da cui non sembra volersi spostare. E questo è strano, perché non sarebbe così conveniente per la Germania spingere l’Italia al default, visto che questa eventualità farebbe saltare le banche di tutta Europa; così, quelle – per ora — garanzie che i tedeschi non vogliono impegnare diventerebbero risorse da cacciar fuori realmente per salvare le loro banche e per fronteggiare la terribile depressione che il default genererebbe. Abbiamo visto che le misure prese al momento giusto costano assai meno di quelle prese in ritardo e di corsa, come insegna l’esperienza greca: se si fosse affrontato quel salvataggio subito, invece di tergiversare (come stanno facendo ora), la faccenda sarebbe stata molto meno onerosa. In più, questa bufera finanziaria e la conseguente fuga degli investitori verso i porti più sicuri hanno fatto calare i tassi che paga la Germania per finanziare i suoi titoli di Stato e aumentare invece quelli che pagano tutti gli altri. Risultato: due anni fa la Germania pagava il 3,2%, la Francia il 3,5% e l’Italia il 3,9% di interessi; oggi la Germania paga l’1,9%, la Francia sempre il 3,5% e l’Italia il 7,2%. Ci sembra sensato? Queste differenze significano un risparmio di alcune decine di miliardi per la Germania e un aggravio di parecchie decine di miliardi per noi. È quindi evidente che siamo stati noi italiani ad aiutare i tedeschi, e loro vogliono che le cose restino così per poterne approfittare. Le misure tanto pesanti che l’Italia dovrà adottare faranno sì che nel 2012 avremo un consistente avanzo primario e nel 2013 addirittura il pareggio di bilancio, con un debito che non potrà più salire; e tutto questo al prezzo di una pesante recessione che è già iniziata. I tedeschi, invece, hanno un disavanzo che per il 2012 è previsto in crescita e non prevedono di raggiungere nessun pareggio di bilancio. Qualche provvedimento dovrebbero prenderlo anche loro, dunque, tanto per essere chiari.

sull’Economist


La nuova vignetta dell’ Economist in edicola domani:
Mario Draghi e Silvio Berlusconi disegnati in un articolo intitolato “A tale of two Italians”.

fonte: http://multimedia.lastampa.it/multimedia/in-italia/lstp/91386/