Riaddormentarsi

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Sai, stamattina — dopo essermi riaddormentato, cosa che ogni persona saggia dovrebbe fare, se disgraziatamente apre gli occhi — ho sognato di trovarmi in una facoltà universitaria, sicuramente umanistica e sicuramente a Bologna, perché i locali erano vetusti, con percorsi labirintici. Frequentare una facoltà umanistica era il mio sogno reale, ma purtroppo me ne resi conto mentre già ne frequentavo una tecnica. Comunque, in questo sogno a un certo punto ho dovuto scalare alcuni gradini altissimi, e la cosa non mi stupiva, data l’antichità dei luoghi. Mi piaceva molto trovarmi lì, visto che era un’università. Poi sono finito nella Biblioteca, un luogo ugualmente labirintico e più enigmatico: volevo uscirne, ma qualcuno, fra le persone che incontravo, mi diceva: “Sì, ma per farlo devi compilare il foglio d’uscita…”, e lo diceva in un tono non rassicurante, come se volesse avvisarmi della grave complessità dell’operazione. Nei miei sogni le difficoltà paiono sempre crescere, quando s’avvicina il momento del risveglio. Stamattina, poi, mi son trovato a dormire un’ora in più, e da qui sono cominciati i guai.

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Prima sono
stata in garage a prendermi cura della mia bici bella (non la scassona che conosci tu), ma soprattutto tra ieri sera e oggi ho fatto una scoperta folgorante: Cornell Woolrich. Lo conosci? Ti piace? Be’, io sto provando quasi un innamoramento che mi sta portando all’insanità emotiva. Sto leggendo “La donna fantasma” e non riesco a staccarmi dalla pagina, trascurando la lettura dei libri che devo leggere per l’università… E’ più forte di me. Oggi ho preso in biblioteca qui sotto casa una pila di altri suoi volumoni e intendo divorarli tutti, piuttosto non dormo la notte o non mangio di giorno. È una situazione terribile perché c’è un innocente nel braccio della morte e un conto alla rovescia e purtroppo ho la sensazione che, nonostante sia venuto il suo amico dal Venezuela per aiutarlo, non ce la farà! E non posso neanche dare una sbirciatina verso il finale se no mi rovino la lettura… che angoscia!!! Ho l’adrenalina a mille! Speriamo in bene…

 

Uccidere la cultura I

Quando ho cominciato, agli inizi degli anni Settanta, la facoltà era nata da poco e risentiva fortemente del clima del Sessantotto. Di fatto le cariche erano assunte a rotazione, non esisteva quasi traccia di autorità e potere accademici, tutto si svolgeva in modi democratici. Una prima svolta si è avuta negli anni Ottanta, quando per la prima volta ho assistito a vere e proprie competizioni per diventare preside di facoltà. Nell’ultimo ventennio, da un lato la facoltà conservava elevati standard professionali, dall’altro si diffondeva il clientelismo, l’apparato burocratico veniva gonfiato enormemente, crescevano i debiti, sino alla catastrofe attuale dell’intera Università di Siena. Contemporaneamente il passaggio al 3+2 e al sistema dei crediti, realizzato a Siena con particolare prontezza e singolare durezza, si è risolto in un moltiplicarsi confuso di moduli e di corsi di laurea, con un peggioramento complessivo della qualità dell’insegnamento. Il ritorno a corsi più lunghi di 72 ore ha un poco raddrizzato la situazione nel triennio, mentre nel biennio i moduli di 36 ore continuano a imperversare con conseguenze tutt’altro che positive. Se non si dà una frequentazione nel tempo fra professore e allievi e se non si permette allo studente di stare su libri impegnativi in continuazione per diversi mesi e non solo per poche settimane, è ovvio che l’insegnamento ne risenta. Se si aggiunge poi l’incredibile burocratizzazione del ruolo di docente, sempre di più sottoposto a controlli di tipo quantitativo invece che qualitativo e sempre di più indotto a esercitare un ruolo impiegatizio ed esclusivamente didattico in senso pigramente ripetitivo, si può capire in quale spirale siamo caduti.

Romano Luperini

http://temi.repubblica.it/micromega-online/luperini-il-ventennio-berlusconiano-ha-ucciso-la-cultura/

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Pensa che per uscire dal portone dell’università ho dovuto letteralmente scavalcare (cioè proprio scavalcare) i corpi seminudi (cioè proprio seminudi) di punkabbestia stravaccati esattamente davanti alla porta, con i loro cagnacci enormi senza museruola né guinzaglio e le loro bottigliacce di birra per non parlare di altro. E poi ho attraversato un eguale (ma molto piu compatto) tappeto umano (“umano” è dire tanto) in piazza Verdi, con questa gentaglia che allunga le manacce e dice volgarità solo perché una poveretta non può difendersi (ed è meglio che non ci provi nonostante vorrei tirargli un libro in testa); e questo mi offende. E se per caso all’università dovessi andare in bagno? Non posso perché ci trovo quegli stessi esemplari di sottouomini che ci fanno i loro comodi. Questo degrado che attraverso fisicamente quasi ogni giorno mi deprime profondissimamente, è una realtà orribile, sotto tutti i punti di vista. Orribile per me e anche per quella gente, anche se forse non se ne rende conto. Poi esco di lì e mi ritrovo travolta dal traffico e dalla puzza. Insomma tutto ciò non fa per me, io non c’entro niente con questo schifo, non condivido nulla di ciò che vi sta alla base eppure devo conviverci… E certe volte mi pesa più del solito… Altro che civiltà e progresso!
Bene, dopo questo sfogo, dico: meno male che nonostante l’abbrutimento in cui vivo tu mi vedi così “bella” e positiva… Capirai che essendo questa la mia realtà io penso a te come in un quadro idilliaco, tra colline, fronde mosse dal vento e usignoli; e la cosa mi rincuora.

Risvegli


Mi piace il ritorno del sole: c’era anche ieri, e questo mi ha aiutato. Stamattina, dopo essermi riaddormentato — cosa che ogni uomo saggio dovrebbe fare quando disgraziatamente apre gli occhi — ho sognato di trovarmi in una facoltà universitaria, sicuramente umanistica e sicuramente a Bologna, perché i locali erano antichi e fatiscenti, con percorsi labirintici. A un certo punto ho dovuto “scalare” alcuni gradini che erano altissimi, e la cosa non mi stupiva più di tanto, data la vestustà dei luoghi. Ma mi piaceva trovarmi lì, visto che era un’università. Poi sono finito nella Biblioteca, un luogo ugualmente labirintico e più enigmatico: volevo uscirne, ma qualcuno, fra le persone che incontravo, mi diceva: “Sì, ma per farlo devi compilare il foglio d’uscita…”, e lo diceva in un tono non rassicurante, come se volesse avvisarmi della complessità dell’operazione. Le difficoltà  paiono sempre crescere, quando s’approssima il momento del risveglio. Stamattina, comunque, ho dormito un’ora in più, come m’ero ripromesso: il primo passo concreto per cominciare a rimettermi in sesto.

Lettere e filosofia

Il vecchio edificio della Facoltà è oggi ridotto a una rovina con un guardiano davanti al portone. Molti libri sono stati riposti in scatole di cartone e sacchi di  plastica e dirottati nello scantinato della Biblioteca Centrale, dove attendono il momento di una nuova catalogazione. Nessuna sa quanti volumi siano ancora dispersi o sepolti.
Un ricercatore osa, di tanto in tanto, penetrare nel palazzo in rovina e percorrere i corridoi pieni di macerie e le scale bloccate. Dopo essersi arrampicati alle funi che pendono dal vano degli ascensori si arriva agli istituti. Al momento della catastrofe erano ancora in funzione i dipartimenti di Filosofia Antica, Neurolinguistica, Lingue Morte, Letteratura Argentina e altri due o tre che non ricordo più: anche nella mia testa abbondano le macerie.
Da quando è avvenuta la catastrofe sono entrato più volte nell’edificio a cercare le carte che sono il centro di questa storia. Oggi sono tornato, ma per un altro motivo: ero deciso a scrivere le prime pagine del mio resoconto. E solo in questo luogo in rovina posso cominciare.


Lettere e filosofia
, dell’argentino Pablo De Santis (soggettista televisivo ed esperto di letteratura per l’infanzia), è un romanzo “poliziesco” decisamente claustrofobico: un impianto di suggestioni borgesiane costruito su un edificio fatiscente, umido e corroso che ospita la biblioteca della facoltà di Lettere e Filosofia in cui il protagonista si trova a lavorare. Qui si inseguono due inchieste: una per far luce su una serie di omicidi, e l’altra, parallela, per scoprire la verità su uno scrittore forse mai esistito e sulla sua opera forse apocrifa.

Sullo sfondo, la lotta senza quartiere fra i baroni della facoltà per impadronirsi delle spoglie critiche e filologiche di questo autore enigmatico di cui nessuno sa nulla – tranne che forse lasciò un romanzo, che resta in pochi, sospetti, frammenti in versioni numerose e incerte. I testi dello scrittore fantasma – si dice sia morto in un misterioso naufragio, ma nessuno lo può confermare – sarebbero nascosti fra le montagne di monografie e documenti che riempiono i piani alti dell’edificio, oscuri e pericolosi, ingombri di macerie e attraversati da rigagnoli d’acqua che trasuda dai muri, riducendo la carta in poltiglia. Le esplorazioni notturne nei meandri delle foreste cartacee, con torce elettriche ed equipaggiamento di sopravvivenza, svelano le morfologie minacciose prodotte da decenni di incomprensibili attività accademiche, ormai sprofondate nell’oblio, che attendono l’imminente distruzione.

La narrazione laconica, i dialoghi essenziali, i personaggi e le situazioni quasi surreali, riconducono alla realtà argentina vissuta dall’autore. La contesa tra i baroni è farsesca, come dice il risvolto di copertina, al pari di molte dispute accademiche. Ma, quando cominciano a spuntare i morti e il sangue si mescola ai rivoli d’acqua marcescente, il giallo diventa inesorabile e inquietante.

Pablo De Santis, Lettere e filosofia, trad. di Eleonora Mogavero, Sellerio Editore, Palermo 2000