Cerimonie

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Quando ci si rivolgeva agli dèi, era quasi sempre per uno scambio; l’offerta era fatta in vista di un favore per sé o di un aiuto contro i propri nemici. Le offerte che accompagnavano normalmente le preghiere potevano essere una libagione di vino o latte, o qualche dolce posto sull’altare, o frutti e primizie del raccolto. Ma i sacrifici più importanti erano sanguinosi: l’occasione più appropriata per apprendere dagli dèi l’esito di qualche impresa era costituita proprio dai sacrifici in cui si immolavano animali, e qui era desiderabile, se non necessaria, la presenza di un interprete di presagi.

Nell’età greca più antica si credeva che gli dèi chiedessero vittime umane e il sacrificio di Ifigenia, per esempio, rappresenta il ricordo leggendario di quei sacrifici umani ai quali in epoca classica si sostituirono sacrifici di animali. Si sgozzavano montoni o pecore, vacche o buoi, maiali, capre o capri. Ogni divinità aveva le sue preferenze: si offrivano a Posidone soprattutto tori, ad Atena vacche, ad Artemide e ad Apollo capre. Asclepio chiedeva soprattutto galli o galline, altri colombe o cani o cavalli. Le vittime dovevano essere sane e senza difetti. Il sesso e il colore non erano indifferenti: alle divinità femminili si sacrificavano di solito delle femmine, alle divinità celesti animali di colore bianco o chiaro, e alle divinità infernali vittime di colore scuro o nero.

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La cerimonia di solito aveva luogo il mattino, all’alba. L’altare era decorato di fiori e di ghirlande di foglie; i sacerdoti erano vestiti di bianco e tutti gli assistenti portavano una corona. La vittima era parata con corone e nastri di lana; le corna, talvolta, dorate. Con l’acqua lustrale contenuta nel vaso chiamato chernios si aspergevano la vittima e gli assistenti; sull’altare si accendeva un fuoco e vi si gettavano grani d’orzo e qualche pelo tagliato dalla testa della vittima. Dopo la preghiera, il sacrificatore apriva con un coltello la gola della bestia tirandole indietro la testa e il sangue, colando, bagnava l’altare. Di solito, si bruciava in onore degli dèi solo una piccola parte dell’animale, cioè un pezzo di coscia e un po’ di quel grasso il cui fumo gli olimpi amavano respirare, secondo Omero. Le carni dell’animale venivano divise fra gli officianti e i fedeli, che potevano consumarle sul posto o portarsele a casa.

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Quello che ci ha lasciato la tragedia greca è l’interrogativo permanente, incalzante, forse irrisolvibile sul destino dell’uomo. Un’indagine che segue percorsi non codificabili coi criteri di una scienza. Un’investigazione totale che investe ogni aspetto del nostro essere, compreso quello del dolore. La soluzione, l’orizzonte, sono solo possibilità a cui non si riesce ad approdare: un arrivo che possa insegnarci, anche nel dolore più grande, che cosa è male, che cosa è bene.

Nereo e Metis

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Dal canto suo, Nereo è incapace di menzogna, non dimentica mai l’equità e conosce solo pensieri giusti e benevoli. È un maestro di saggezza di cui la tradizione ha conservato i detti; conosce ogni cosa divina, il presente e l’avvenire, e la sua giustizia non è separabile da procedure divinatorie compiute attraverso l’acqua e attraverso la bilancia. Nereo rappresenta una figura della sovranità mitica, e il suo sapere divinatorio si enuncia come una verità indiscutibile, che si fonda sulla visione simultanea di presente, passato e futuro. È l’indovino, maestro di verità. Il dono della veggenza gli permette di collegare il visibile e l’invisibile e gli conferisce il privilegio di pronunziare le parole che «realizzano la realtà».

A questo tipo di mantica, che pronuncia sentenze definitive ma sempre in interventi provocati, si contrappone la divinazione sotto il segno di Metis. Prima sposa di Zeus (e figlia di Oceano e di Teti), Metis (ovvero l’intelligenza pratica) possiede un’onniscienza che ha la stessa natura della sua capacità di trasformarsi. I suoi doni di metamorfosi le permettono di spadroneggiare nel campo dei possibili e nel dominio dell’aleatorio. E la sua scienza si esplica al meglio quando l’ordine costituito è turbato da conflitti, lotte e rivolte, nel momento in cui l’imprevisto e il mutevole sono l’unica regola.

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Qui si scopre tutto un gioco di oracoli: la prova in cui gli dèi astuti si affrontano tra loro, lo scontro incerto in cui gli interpellanti devono mostrarsi capaci di porre la domanda giusta al momento giusto, di ripetere l’oracolo o di accettarlo, persino di volgere in proprio favore la risposta che l’oracolo ha dato a vantaggio dell’avversario. L’indovino appare qui sotto i tratti del prudente, del consigliere abile nel dare buoni pareri, perché è accorto, sa vedere davanti e dietro, ma sempre per avere la meglio su uno più forte e capovolgere le posizioni.

Non si era sicuri di apprendere la volontà del Dio, o piuttosto quella del Fato. Il futuro, che fosse concepito come singola vicenda o come un più vasto complesso di destini, è sempre coperto da un velo, che un abile occhio umano può qua e là penetrare, e che la mano di un individuo privilegiato può sollevare del tutto. Il fatalismo è radicato: se l’antichità credeva in un Fato ben definito, era naturale che sorgesse il desiderio di conoscerlo.

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Nereo e Proteo

 

01Nereo e Proteo, i Vecchi del mare, sono le figure arcaiche della divinazione greca. Appartenevano a quel numero di divinità marine profetiche di cui il mondo Egeo aveva popolato il mediterraneo nei tempi antichissimi, prima che Poseidone diventasse il sovrano delle distese marine. Proteo e Nereo erano benefattori che hanno il potere di mutarsi in ogni sorta di animali, esseri, elementi, e hanno anche il dono di predire l’avvenire.

Tratti simili si trovano negli dèi dei fiumi e negli spiriti delle acque, che hanno spesso il dono di trasformarsi e di predire l’avvenire. I doni profetici di Proteo e Nereo, però, vengono rivelati solo sotto costrizione, e questa resistenza a rivelare i segreti del futuro, a meno di esservi forzato, è un tratto frequente in molte tradizioni. Tutto accade come se la conoscenza privilegiata del futuro dovesse restare appannaggio degli esseri che la posseggono per dono divino, e solo la forza potesse indurli a condividere la loro prescienza.

Un famoso episodio, raccontato nell’Odissea, rimase vivo nella memoria degli antichi. Nel iv canto, Menelao, bloccato nell’isola di Faro dall’assenza di venti favorevoli e disperando di poter proseguire il viaggio di ritorno, tocca il cuore di una ninfa figlia di Proteo, Eidotea. A un certo punto la ninfa fa all’eroe greco una proposta (vv. 382 ss.): «Qui vive il vecchio del mare che sa la verità, Proteo d’Egitto, immortale, suddito di Poseidone, che ben conosce tutti gli abissi marini. È lui che mi ha generata, è mio padre. Se tu riesci a catturarlo con un agguato, ti dirà la lunghezza del viaggio, ti indicherà la strada del ritorno che compirai sul mare pescoso. E ti dirà anche, principe, se lo vuoi, quel che di male e di bene è avvenuto nella tua casa mentre compivi il tuo lungo e difficile viaggio».

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Poi Eidotea istruisce Menelao circa quello che deve fare per ottenere le risposte che desidera: «Quando il sole ha raggiunto la metà del cielo, allora esce dal mare, il vecchio infallibile, celato fra le onde scure che rabbrividiscono al soffio di Zefiro, esce per andare a dormire in antri profondi. Emerse dal mare bianco di schiuma, dormono intorno a lui numerose le foche, figlie della bella Anfitrite, emanando un odore acuto di salso. All’alba ti condurrò là e vi farò distendere in fila: scegliti tre compagni, i migliori che hai sulle tue solide navi. Ti spiegherò tutti gli inganni del Vecchio. Conterà, per prima cosa, e passerà in rassegna le foche, e dopo averle tutte contate e guardate, si stenderà in mezzo a loro, come un pastore tra le greggi di pecore. Appena l’avrete visto giacere disteso, allora, chiamando a raccolta tutta la forza e il coraggio, tenetelo stretto, anche se si dibatte e cerca di fuggire. Tenterà di trasformarsi in acqua, in fuoco fulgente, in ogni essere che sulla terra si muove. Voi tenetelo forte e stringetelo ancora di più. Ma quando lui stesso ti rivolgerà la parola, con l’aspetto che aveva quando lo vedesti giacere, allora non usare più la forza, principe, libera il Vecchio e domandagli quale degli dèi ti perseguita e come potrai tornare attraverso il mare ricco di pesci».

Tutto si svolge come Eidotea aveva previsto. Ma l’inganno perpetrato contro suo padre comporta anche un travestimento di Menelao e dei suoi compagni: «Si immerse intanto la dèa nei vasti abissi del mare e quattro pelli di foca portò fuori dall’acqua, tutte appena scuoiate: preparava l’inganno a suo padre. Sulla riva sabbiosa scavò delle fosse e si sedette aspettando. Noi le giungemmo vicino. Lei ci fece distendere in fila e sopra ciascuno gettò una pelle di foca. Era l’agguato più orrendo, orribilmente ci tormentava il tremendo fetore delle foche figlie del mare: chi mai potrebbe giacere accanto a un mostro marino?». Ma l’ambrosia portata da Eidotea consente ai Greci di superare la prova. «Per tutto il mattino aspettammo, con cuore paziente. Dal mare emersero in gruppo le foche e si sdraiarono in fila lungo la riva del mare. A mezzogiorno uscì il Vecchio, trovò le sue pingui foche, le passò in rassegna, le contò tutte. Noi per primi contò, e non comprese, nell’animo, ch’era un inganno. Poi si distese anche lui. Noi allora gli balzammo addosso gridando. Memore dei suoi abili inganni, il vecchio per prima cosa si fece leone dalla folta criniera e poi serpente, pantera, enorme cinghiale; diventò liquida acqua, albero dall’alta chioma. Noi lo tenevamo con forza e con tenacia. Ma quando fu stanco, il Vecchio maestro di inganni, allora mi rivolse la parola e mi disse…». Segue poi l’annuncio del destino di Menelao.

 

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Scrittura giuridica

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Quello che si potrebbe chiamare il “genio classificatore” dei Mesopotamici, il loro gusto di elencare – visto particolarmente nei dizionari – e la loro propensione a catalogare le cose nell’universo, spiegano lo sviluppo dei trattati, cioè le liste ordinate di presagi e oracoli su uno stesso oggetto, considerato in tutte le varianti possibili, secondo schemi di analisi spesso ricorrenti da un trattato all’altro. Già il carattere sistematico di queste liste, di per sé, autorizza a dubitare che tutti questi presagi siano mai stati osservati; ma quando una serie di protasi registra da due a sette cistifellee per un solo fegato, l’aspetto puramente speculativo della protasi è evidente: è la dinamica stessa del sistema di classificazione che si vede.

Di fatto, i trattati applicano delle vere leggi, o costanti d’interpretazione: così il lato sinistro è sempre sfavorevole, ma un presagio sfavorevole posto a sinistra diventa favorevole: come in algebra, cambia di segno. Queste leggi non sono mai formulate esplicitamente; ma il maneggio continuo dei trattati doveva permettere agli indovini di risolvere tutti i casi, anche nuovi, attraverso un duplice processo, di astrazione del senso generale del presagio, e di adattamento al caso particolare di chi chiedeva l’oracolo, poiché erano imbevuti della logica e delle leggi implicite contenute nei trattati.

I “codici” mesopotamici e i trattati di medicina, rientrando nel campo di scienze ritenute più laiche e più razionali, sono strutturati, come i trattati divinatori, in serie di “protasi” e di “apodosi”. Ma le somiglianze vanno al di là delle strutture formali; si situano a diversi livelli. Come l’avvenire degli indovini, le prognosi dei medici e le sentenze dei giudici sono condizionali: il medico fornisce un rimedio, il giudice può dare la grazia, i trattati divinatori propongono – a volte insieme al cattivo presagio – la “ricetta” per scongiurarlo. Tutto fa pensare che l’osservazione delle coincidenze significative, attuata agli inizi della divinazione, abbia favorito i principi empirici della medicina, abituando gli intelletti a cercare la ragione di numerosi fenomeni, a collegarli gli uni agli altri in serie ricorrenti di sintomi ed effetti, a cercarvi costanti e leggi.

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Del resto, le frontiere tra divinazione e medicina sono così vaghe che è possibile trovare in un trattato di medicina un pronostico azzardato e in un trattato di divinazione una diagnosi medicalmente pertinente. Più notevole ancora è l’articolazione della scienza divinatoria con il diritto, o meglio con la giurisprudenza. Infatti i trattati babilonesi che chiamiamo impropriamente “codici”, dei quali il più celebre e il più ampio è quello di Hammurabi, non sono affatto delle raccolte di leggi, o di atti del potere, destinati a regolare la vita dei sudditi del regno, bensì delle raccolte di casi, ordinati in serie secondo schemi tassonomici paragonabili a quelli che regolano i trattati divinatori, e come questi destinati a fornire al giudice, anche davanti a un caso nuovo, i mezzi per formulare una sentenza conforme alle leggi implicite del sistema.

Questa identità tra la sentenza del giudice – il quale talvolta si sottomette a quel giudizio divinatorio che è l’ordalia – e la risposta dell’indovino è così essenziale che pervade tutto il vocabolario della divinazione: «L’indovino, ci si dice, avendo preso posto davanti a Samas e Adad, sulla cattedra del giudice, pronunzierà un giudizio esatto e veridico». Per gli antichi Mesopotamici, la divinazione deduttiva non è che una forma di giustizia resa, ed è lo stesso dio, Samas, il Lucido, che invocano sia il giudice sia l’indovino per garantire il loro giudizio. Le «leggi» dei «codici» sono quindi dei «casi»: cioè problemi giuridici sufficientemente svincolati dalle circostanze troppo particolari, esposti nei loro dati essenziali, e poi risolti secondo lo spirito di quel diritto non scritto che era il solo vigente in Mesopotamia. Invece di allineare principî del diritto e leggi universali, tutti i tipi di proposizioni speculative che uno spirito mesopotamico non si è mai preoccupato di concepire, si sottoponevano dei casi concreti, raggruppando i problemi attorno a uno stesso argomento, di cui si facevano variare i dati, in modo da mostrare il maggior numero di aspetti possibili di una questione. I trattati divinatori sono costruiti esattamente come i “codici”: qui e là, i casi proposti si trovano tutti calati in una stessa forma logica e stilistica, che potrebbe certo aver costituito la struttura tipo del pensiero razionale e scientifico nell’antica Mesopotamia: una protasi al passato, seguita da un’apodosi al futuro. E, in maniera ancor più dettagliata e metodica che nei codici, tali “casi” sono raccolti in paradigmi che ne variano i dati e le soluzioni, abituando così la mente a percepire le relazioni fra queste e quelli e i principî sui cui si basano, per renderla capace d’intendere e di risolvere tutti i problemi che potrebbero porsi.

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Scrittura giudicante

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Nei Babilonesi, a rivelare il senso religioso attribuito all’atto divinatorio sono le formule e le preghiere che lo precedevano e gli davano un tono profondamente devoto. Si chiedeva agli dèi, quando si trattava di aruspicina, di «preparare» così bene la vittima scelta, che l’indovino, dissezionadola, vi trovasse soltanto presagi felici, i quali erano dettagliati con tanto scrupolo di enumerazione. E soprattutto, tanto nell’agnello che si stava per consacrare, quanto nel presagio che si stava per trattare, si supplicavano gli dèi di «porre la Verità».

Numerose erano le divinità che intervenivano nelle operazioni divinatorie, chiamate in aiuto o invocate dagl’indovini o dai fedeli. Ma due dèi pare che siano stati, almeno all’inizio del II millennio, preposti più strettamente agli interessi della divinazione deduttiva applicata, considerati soprintendenti agli atti divinatori e garanti dei loro risultati: Samaš e Adad. Essi si «interrogavano nel corso dell’esame-divinatorio (bîru)», «davanti a loro» si procedeva all’esame, che portava alla «decisione oracolare» (purussû), che era presa «per loro intervento» ed emessa «al loro comando». Perciò s’invocavano così spesso come «signori dell’esame-divinatorio» (bêlê bîrî), del «giudizio-divinatorio» (dînu), della «decisione oracolare» e della «preghiera-dedicatoria (per ottenere una tale decisione)» (ikribu). Continua a leggere “Scrittura giudicante”

Scrittura rituale

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La parte principale della divinazione babilonese, cioè lo studio propriamente detto dei presagi, era un’impresa complessa, anche lunga, che poteva richiedere la competenza e l’attenzione di più di un bârû. Si trattava di «raccogliere i presagi», cioè di registrare tutto ciò che era stato osservato di presago. Poi, per «valutarli», «giudicarli», ponderarne il valore ominoso, si potevano consultare i trattati, talvolta con ricerche più o meno impegnative: «Ho scovato questo presagio nella tavoletta che tratta dei serpenti»; talvolta invano, almeno per ritrovare l’esatta situazione di presagio in questione: «[nei trattati] non vi è nulla di scritto [al riguardo]».

Ma tutta questa casistica forniva solo i paradigmi di una scienza, i cui principî non scritti dovevano permettere di risolvere tutti i casi: proprio di fronte agl’imprevisti un buon indovino mostrava il suo mestiere, come un buon medico davanti a una sindrome inattesa o mai descritta. Risolto così ciascun presagio nel suo oracolo, all’occorrenza toccava al bârû equilibrare un contenuto oracolare composito, bilanciare un elemento con l’altro e ricavare dal tutto, con una sorta di calcolo, la risposta finale alla domanda formulata. Operazioni che potevano comportare delle verifiche anche molteplici: la regola di verificare ogni consultazione importante con una controprova è verosimile, anche per mezzo di una tecnica diversa. Si avevano anche casi in cui l’operatore si dava per vinto, e cedeva il posto a qualcuno più abile di lui.

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La consultazione divinatoria non si poteva fare in qualunque momento. C’erano «mesi favorevoli e giorni propizi», e altri non ritenuti tali. Persino certe ore, forse, erano più adatte di altre: soprattutto le ore calme della notte. Le «preghiere notturne» o «alle divinità della Notte», conosciute fin dall’epoca paleobabilonese, esprimono la comunione con gli dèi, facilitata dal riposo universale della natura e degli uomini. L’atto divinatorio richiedeva anche una certa preparazione. Non solamente la vittima, quando la procedura ne voleva una, doveva essere, secondo la regola, «ritualmente pura e ineccepibile», ma l’indovino stesso, «quando si proponeva di eseguire per il re l’esame-divinatorio, era tenuto a lavarsi con acqua pura ancor prima dello spuntare del giorno, a ungersi… e a rivestirsi di un abito pulito», e l’abbiamo sentito protestare la sua «purezza» nel momento in cui «si avvicinava all’assemblea degli dèi per il giudizio-divinatorio». Se, per caso, presenziava anche il richiedente, per «recitare ad alta voce la domanda» riguardo all’avvenire, verosimilmente doveva mettersi anch’egli in uno stato di purità rituale.

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Nel capitombolo siamo noi stessi

Dio, nel senso della realtà tutta, o di qualsivoglia realtà esistente — l’universo, tutti gli universi — Dio, nel senso in cui lo intende la mia anima, sembra dare chiari segni che Lui ami la coniugazione al presente ancor più di quanto la ami la consapevolezza. (Ho la tendenza a riferirmi a Dio come a Lui, ma non lo penso necessariamente come maschio.) Il nostro senso del presente di solito procede a ondate, con la mente che ogni tanto fa un ruzzolone nei vagheggiamenti. Di solito, torniamo a cavalcare l’onda, ruzzoliamo giù e riguadagniamo la cresta per ruzzolare di nuovo e così via all’infinito, ma è nel capitombolo che siamo noi stessi, egocentricamente, e vediamo e capiamo le cose. Forse la realtà effettiva appartiene alla coniugazione presente, ma quello che noi siamo è in questo ruzzolare via e tornare. Ma ero troppo stanco per quell’impresa; nessuna argomentazione, neppure la logica matematica, poteva mandare in corto circuito o alterare la natura dominante del presente. Questa volta, in questi momenti, non avevo nessun posto in cui cadere. Era tutta una coniugazione al presente.

Harold Brodkey, Questo buio feroce, Rizzoli, Milano 1999, pp.49-50

Scrittura divinatoria

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Nell’esercizio formale delle sue funzioni, l’indovino babilonese, al contrario del divinatore “che cade in estasi”, non ricorreva agli dèi: procedeva invece come uno scienziato, il quale, esaminando certi fatti, traeva la conclusione che ne derivava secondo la logica della propria scienza.

Esiste un certo numero di epiteti per designare gli specialisti della divinazione deduttiva, ma i più notevoli sono šâ’ilu e bârû. Il primo significa probabilmente “colui che interroga”, “consulta” o “indaga”: allusione, senza dubbio, al lavoro di riflessione sui presagi, forse, più precisamente, su quelli che erano tratti dai sogni.

Gli šâ’ilu sono conosciuti fin dall’inizio del ii millennio, non solo dal mondo paleobabilonese, ma anche paleoassiro. La relativa frequenza del femminile in epoca antica lascerebbe intendere che si trattava allora di una vocazione riservata soprattutto alle donne, e forse rientrava più o meno, anticamente, nella sfera della divinazione ispirata. Più tardi, gli šâ’ilu, che si vedono ricorrere a diverse tecniche di divinazione deduttiva, pare abbiano avuto un ruolo sempre di secondo piano rispetto a quello dei bârû. Questi ultimi erano gli indovini per eccellenza, grandi specialisti della divinazione deduttiva e colta. Il loro nome accadico, che talvolta si traduce erroneamente con “veggente”, significa in realtà “esaminatore”, senza nulla di comune con la veggenza. Essi esaminavano i presagi per ricavarne gli oracoli che contenevano. A differenza della professione di šâ’ilu, la loro pare fosse riservata più agli uomini: se ne conosce il femminile solo una volta all’inizio del ii millennio, e due o tre volte nel primo.

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Per avventura, i bârû potevano cumulare il loro ufficio con una funzione clericale, me le due cariche in genere non si confondevano. Come molti altri funzionari e specialisti, i bârû formavano una sorta di corporazione, con i suoi responsabili ufficiali. Vi erano ammesse, pare, solo persone di alta o “nobile” estrazione, che godevano di una piena integrità fisica. Non ve n’erano sempre nei centri secondari, ma le città, soprattutto di qualche importanza politica, ne contavano un certo numero, e talvolta anche troppi.

Non risulta che fossero legati a un tempio, a un santuario, e ancor meno a uno di quegli oracoli nel senso greco del termine, sconosciuti nel paese. Anche se certi episodi dell’esame divinatorio potevano coincidere con momenti della liturgia ufficiale e svolgersi, quindi, nei santuari, capitava spesso agli indovini di officiare altrove, per esempio a palazzo. In effetti, era soprattutto là il loro punto d’appoggio: erano al servizio del re, che seguivano anche nei suoi spostamenti, e soprattutto nelle spedizioni militari.

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Scrittura casistica

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Viene da chiedersi come si siano formati questi trattati divinatori babilonesi: quale tipo di ragionamento logico o di osservazione sperimentale fa associare una certa apodosi (oracolo) a un certa protasi (presagio)? Quale sistema tassonomico ha permesso di allineare interminabili protasi a proposito del medesimo oggetto? La complessità è grande: un trattato studierà non il fegato della vittima (materia troppo vasta), ma la tal porzione ominosa del fegato: la Vescichetta biliare, la «Porta del Palazzo», il «Dito», eccetera. Oppure, in un altro campo, il tal segno congenito del corpo umano. Si suppone che un neo, ad esempio, interessi via via tutte le parti del corpo umano, enumerate puntualmente dalla testa ai piedi. Così, in un trattato di fisiognomia, a proposito della “macchia” o “segno”, si passa in rassegna la lista completa delle parti del corpo in cui può trovarsi, con le apodosi corrispondenti.

Gli oracoli sono messi in elenco e classificati, in funzione delle protasi, secondo un ordine rigoroso, e costante per uno stesso soggetto. Se questo è la presentazione esterna del corpo umano, si comincerà l’esame dalla testa: la sommità del cranio; la nuca; la fronte; la chioma; le tempie; le sopracciglia; le palpebre; gli occhi; le orecchie; il naso; la bocca; i denti; la lingua; il mento; il collo; e così via, scendendo, fino ai piedi. Di ognuna delle parti così considerate, si prospettano tutte le situazioni e gli stati capaci di modificarne il contenuto di presagio: la presenza o l’assenza; dimensioni e quantità: se è grande, molto grande, piccola, molto piccola, unica, in due, tre, quattro esemplari o suddivisioni; la disposizione interna e la posizione rispetto ad altri elementi: se è ritta, coricata, inclinata, a rovescio, contigua, discosta, a destra, a sinistra, in alto, in mezzo, in basso, davanti, dietro; la colorazione: se è rossa, nera, bianca, verde-gialla, talvolta con sfumature più o meno numerose.

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A ogni oggetto di un tipo particolare di divinazione è così adattato uno schema di suddivisione e ordinamento di tutti gli aspetti in cui si presenta all’osservatore. Schemi che formano spesso categorie ricorrenti: ad esempio, ogni volta che viene presa in esame una delle posizioni, supponiamo a destra, si considera subito dopo la posizione a sinistra. Ogni volta che si pone il problema del numero, ci si estende, secondo i casi, da uno o due a sette, o più (così, per le nascite di gemelli, trigemini, ecc.). Ogni volta che è ricordata la somiglianza dell’oggetto con un animale, vi è tutto un elenco di animali tipici, in certo modo già predisposto, che può comportarne fino a una ventina e che ritorna, più o meno particolareggiato, secondo i casi. Le analisi, insomma, sono straordinariamente minuziose, con centinaia e migliaia di presagi differenti, ciascuno col suo oracolo.

Sembra un proposito deliberato di tener conto non solo del reale, ma anche dell’immaginabile, del possibile, quando si vedono registrare nelle protasi successive di una stessa raccolta due, tre, cinque e perfino sette Vescichette biliari per un solo fegato; o quando, all’inizio di un trattato di teratologia, sono previste per i neonati perfettamente umani una quarantina di presentazioni stravaganti, fra le quali l’aspetto di «un leone», di «un cane», di «un maiale», di «un bue», di «un asino», ecc., e, più avanti: di «una testa», di «una mano», di «un piede»,… perfino di «un corno di capra», e naturalmente, visto che bisogna prevedere tutto, di «due corna di capra».

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