Uomini e bestie

02

Dovete dunque sapere come ci siano due modi di combattere: l’uno, con le leggi; l’altro, con la forza. Il primo modo appartiene all’uomo, il secondo alle bestie. Ma poiché molte volte il primo modo non basta, conviene ricorrere al secondo. È pertanto necessario che un principe sappia servirsi dei mezzi adatti sia alla bestia sia all’uomo. Gli antichi scrittori hanno già fornito ai principi questo insegnamento sotto forma di allegoria, quando hanno riferito che Achille e molti altri principi dell’antichità furono affidati al centauro Chirone perché li allevasse e li educasse sotto la sua disciplina. L’avere per precettore qualcuno che sia mezza bestia e mezzo uomo, ha un solo significato: che il principe deve sapersi servire dell’una e dell’altra natura, perché l’una senza l’altra non resiste nel tempo.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XVIII-2, con versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Annunci

Le donne, la passione, il sesso (di Schopenhauer)

 

01

Dopo la madre, la presenza più invasiva nella vita di Arthur fu una querula cucitrice di nome Caroline Marquet. Pochi resoconti biografici di Schopenhauer evitano di menzionare il loro incontro in un mezzogiorno del 1823, che ebbe luogo su di una scala male illuminata, a Berlino, davanti all’appartamento di Arthur, quando lui aveva trentacinque anni e Caroline quarantacinque.
Quel giorno Caroline Marquet, che viveva nell’appartamento adiacente, aveva in visita tre amiche. Irritato dal rumoroso chiacchiericcio, Arthur spalancò la propria porta, accusò le donne di violare la sua intimità, visto che l’anticamera dove stavano chiacchierando faceva tecnicamente parte del suo appartamento e con durezza intimò loro di andarsene. Quando Caroline rifiutò, Arthur la costrinse fisicamente, scalciando e gridando, ad abbandonare l’anticamera e scendere giù per le scale. Quando lei, con impertinenza, risalì le scale con aria di sfida, lui la respinse di nuovo, questa volta con maggior energia.
Caroline lo citò in giudizio, affermando di esser stata spinta giù per le scale e di aver subito un danno fisico notevole che aveva avuto come conseguenze dei tremori e una parziale paralisi. Arthur aveva una gran paura di subire un processo: sapeva che era molto improbabile che riuscisse mai a cavare dei soldi dai suoi interessi di studioso e aveva sempre difeso accanitamente il capitale ereditato dal padre. Quando i suoi soldi furono in pericolo, egli divenne, secondo le parole del suo editore, «un cane alla catena».
Convinto che Caroline Marquet fosse un’opportunista poco di buono, si batté contro la citazione in giudizio con tutte le sue forze, appigliandosi a ogni possibile cavillo legale. Gli accaniti procedimenti processuali si protrassero per i sei anni successivi fino a che il tribunale non si pronunciò a suo sfavore e lo condannò a pagare a Caroline Marquet sessanta talleri l’anno per tutto il perdurare del suo danno fisico. (In quegli anni una serva o una cuoca sarebbero state pagate venti talleri l’anno più vitto e alloggio.) La previsione di Arthur che lei sarebbe stata sufficientemente scaltra da tremolare fino a quando i soldi avessero continuato a scivolarle in tasca si rivelò esatta; continuò a pagare per il suo sostentamento fino a quando la donna non morì, ventisei anni più tardi. Quando gli fu recapitata una copia dell’atto di morte, ci scarabocchiò sopra: «Obit anus, abit onus» (la vecchia muore, il fardello è sollevato).
E le altre donne della vita di Arthur? Arthur non si sposò mai ma fu tutt’altro che casto: per la prima metà della sua vita fu anzi molto attivo sessualmente, forse persino ossessionato dal sesso. Quando Anthime, l’amico d’infanzia di Le Havre, lo andò a trovare ad Amburgo durante il periodo di apprendistato di Arthur, i due giovanotti trascorsero le loro serate alla ricerca di avventure amorose, sempre con donne degli strato sociali più bassi: servette, attrici, ballerine di fila. Se non avevano successo nelle loro ricerche, mettevano fine alla loro serata consolandosi tra le braccia di una «prostituta industriosa».
[…]
A trentatré anni Arthur iniziò una relazione intermittente della durata di dieci anni con una giovane ballerina di fila berlinese di nome Caroline Richter detta Medon, che spesso portava avanti contemporaneamente delle storie con uomini diversi. Arthur non aveva nulla da obiettare a questa soluzione e diceva: «Per una donna doversi limitare a un uomo nel breve tempo della propria giovinezza è una situazione innaturale. Essa è costretta a serbare per uno ciò che quell’uno non arriva a utilizzare e che molti altri desidererebbero da lei». Allo stesso modo si opponeva alla monogamia per l’uomo: «L’uomo ha dapprima troppo, e poi troppo poco […] gli uomini sono per una metà della vita puttanieri, per l’altra becchi».

Irvin D. Yalom, La cura Schopenhauer (trad. di Serena Prina), Neri Pozza Editore, Vicenza 2005, pp. 222-223

Le donne, la passione, il sesso (di Schopenhauer)

copj170

Dopo la madre, la presenza più invasiva nella vita di Arthur fu una querula cucitrice di nome Caroline Marquet. Pochi resoconti biografici di Schopenhauer evitano di menzionare il loro incontro in un mezzogiorno del 1823, che ebbe luogo su di una scala male illuminata, a Berlino, davanti all’appartamento di Arthur, quando lui aveva trentacinque anni e Caroline quarantacinque.
Quel giorno Caroline Marquet, che viveva nell’appartamento adiacente, aveva in visita tre amiche. Irritato dal rumoroso chiacchiericcio, Arthur spalancò la propria porta, accusò le donne di violare la sua intimità, visto che l’anticamera dove stavano chiacchierando faceva tecnicamente parte del suo appartamento e con durezza intimò loro di andarsene. Quando Caroline rifiutò, Arthur la costrinse fisicamente, scalciando e gridando, ad abbandonare l’anticamera e scendere giù per le scale. Quando lei, con impertinenza, risalì le scale con aria di sfida, lui la respinse di nuovo, questa volta con maggior energia.
Caroline lo citò in giudizio, affermando di esser stata spinta giù per le scale e di aver subito un danno fisico notevole che aveva avuto come conseguenze dei tremori e una parziale paralisi. Arthur aveva una gran paura di subire un processo: sapeva che era molto improbabile che riuscisse mai a cavare dei soldi dai suoi interessi di studioso e aveva sempre difeso accanitamente il capitale ereditato dal padre. Quando i suoi soldi furono in pericolo, egli divenne, secondo le parole del suo editore, «un cane alla catena».
Convinto che Caroline Marquet fosse un’opportunista poco di buono, si batté contro la citazione in giudizio con tutte le sue forze, appigliandosi a ogni possibile cavillo legale. Gli accaniti procedimenti processuali si protrassero per i sei anni successivi fino a che il tribunale non si pronunciò a suo sfavore e lo condannò a pagare a Caroline Marquet sessanta talleri l’anno per tutto il perdurare del suo danno fisico. (In quegli anni una serva o una cuoca sarebbero state pagate venti talleri l’anno più vitto e alloggio.) La previsione di Arthur che lei sarebbe stata sufficientemente scaltra da tremolare fino a quando i soldi avessero continuato a scivolarle in tasca si rivelò esatta; continuò a pagare per il suo sostentamento fino a quando la donna non morì, ventisei anni più tardi. Quando gli fu recapitata una copia dell’atto di morte, ci scarabocchiò sopra: «Obit anus, abit onus» (la vecchia muore, il fardello è sollevato).
E le altre donne della vita di Arthur? Arthur non si sposò mai ma fu tutt’altro che casto: per la prima metà della sua vita fu anzi molto attivo sessualmente, forse persino ossessionato dal sesso. Quando Anthime, l’amico d’infanzia di Le Havre, lo andò a trovare ad Amburgo durante il periodo di apprendistato di Arthur, i due giovanotti trascorsero le loro serate alla ricerca di avventure amorose, sempre con donne degli strato sociali più bassi: servette, attrici, ballerine di fila. Se non avevano successo nelle loro ricerche, mettevano fine alla loro serata consolandosi tra le braccia di una «prostituta industriosa».
[…]
A trentatré anni Arthur iniziò una relazione intermittente della durata di dieci anni con una giovane ballerina di fila berlinese di nome Caroline Richter detta Medon, che spesso portava avanti contemporaneamente delle storie con uomini diversi. Arthur non aveva nulla da obiettare a questa soluzione e diceva: «Per una donna doversi limitare a un uomo nel breve tempo della propria giovinezza è una situazione innaturale. Essa è costretta a serbare per uno ciò che quell’uno non arriva a utilizzare e che molti altri desidererebbero da lei». Allo stesso modo si opponeva alla monogamia per l’uomo: «L’uomo ha dapprima troppo, e poi troppo poco […] gli uomini sono per una metà della vita puttanieri, per l’altra becchi».

Irvin D. Yalom, La cura Schopenhauer (trad. di Serena Prina), Neri Pozza Editore, Vicenza 2005, pp. 222-223

Uomini e bestie

achille-e-chirone

Dovete dunque sapere come ci siano due modi di combattere: l’uno, con le leggi; l’altro, con la forza. Il primo modo appartiene all’uomo, il secondo alle bestie. Ma poiché molte volte il primo modo non basta, conviene ricorrere al secondo. E’ pertanto necessario che un principe sappia servirsi dei mezzi adatti sia alla bestia sia all’uomo. Gli antichi scrittori hanno già fornito ai principi questo insegnamento sotto forma di allegoria, quando hanno riferito che Achille e molti altri principi dell’antichità furono affidati al centauro Chirone perché li allevasse e li educasse sotto la sua disciplina. L’avere per precettore qualcuno che sia mezza bestia e mezzo uomo, ha un solo significato: che il principe deve sapersi servire dell’una e dell’altra natura, perché l’una senza l’altra non resiste nel tempo.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XVIII-2, con versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

 

caccia

sc1

Tre spari in rapida successione, vicini. Ci sono alcuni cacciatori nella terra confinante, a giudicare dal latrare dei cani che fa da commento. Poi, poco fa, un altro sparo potente, stavolta più vicino, con tanto di eco che rimbalza sui fianchi più ripidi delle colline. Sembrano proprio qui accanto, eppure i cartelli di divieto ci sono e ben visibili: probabilmente si tengono di poco oltre la linea, o forse addirittura si nascondono nella boscaglia del mio confinante, che pure ha messo il divieto, che spesso viene eluso al riparo degli intrichi della vegetazione. Prima, quando ancora non avevo ottenuto il divieto di caccia, gli uomini passavano indisturbati nella mia terra coi fucili e i loro cani, con atteggiamento stolido e incurante; ora invece non si vedono più, anche se sembrano assediarmi da fuori.

 

· 83

057.tif


Sì, ma tu eri già un vero scrittore anche prima di conoscermi. Dentro te c’è un’anima d’artista. Magari tutto questo t’ha dato l’impulso per esprimere anche quella vena nascosta che finora s’era espressa solo in modo indiretto nei tuoi romanzi e che ora fluisce libera nelle tue meravigliose lettere: la vena autobiografica e intimista. Be’, adoro quando mi parli di te e di noi. Sono felice che ti trovi a scrivere con tanta frequenza, perché è un piacere leggerti (oltre al fatto che ci permette di sentirci vicini superando le distanze). Ci sono quelli che scrivono per sopravvivere (o dicono di farlo): tu scrivi per Amore! Che bello, vorrei soffocarti da quanto sono felice. Ma prima devo dirti che forse questa “urgenza diaristica” che s’è sbloccata in te fa parte del famoso “processo di guarigione”. Del resto, da Freud a Duccio Demetrio (e anche ben prima di Freud, pensa solo a Montaigne) si è detto che scrivere di sé aiuta a star meglio, e in certi casi a guarire. Se lo si fa comunicandosi a una persona amata, dico io, l’effetto è rafforzato. Perché lo sperimento anch’io. Quante cose che ti ho detto e scritto, che non avevo mai detto a nessuno! Non sai quanto bene mi ha fatto e mi fa, potermi confidare con te. E ne ho sempre voglia. Domande o curiosità che, poste da altri, m’imbarazzerebbero, se me le poni tu non mi creano problemi, anzi sono felice di parlartene, anche le cose brutte e dolorose o “vergognose” vengono “ripulite”, parlandone con te. Perché poi tu, senza mai giudicarmi, mi dici la tua opinione e mi piace sentirmi “interpretata” da te. Qualunque cosa tu possa dirmi, anche una critica o una correzione, non può farmi male.

 

· 81

offutt_c


Certe volte penso a tutte le varie “strategie” che vengono ancora oggi suggerite alle donne, magari in versione aggiornata rispetto ai tempi ma il succo è sempre quello: farsi desiderare, non mostrare subito interesse, fare le civettuole ecc.; analoghe strategie vengono proposte agli uomini. Be’, quello che mi è piaciuto tra noi non è che non c’è stato niente di tutto questo, nessuna tattica, nessuna “posa”, siamo stati noi stessi fin dall’inizio. Addirittura abbiamo dedicato il nostro primo incontro a raccontarci in un certo senso il “peggio” di noi stessi, a mortificarci l’una davanti all’altro anziché a preoccuparci di fare “buona impressione”. Eppure, proprio così, un’impressione migliore non potevi farmela. Insomma, abbiamo disatteso ogni “regola” e guarda che legame meraviglioso è nato. Siamo proprio due tipi un po’ strani! Comunque, ogni volta sono stata così felice e così bene fisicamente, ti ho sentito così meravigliosamente presente che non so neanche cosa potrei volere di più. Che brividi!

 

· 28

Sai, col fatto che ho passato tutto il pomeriggio alla Fiera, questo mi è sembrato un qualunque giorno di lavoro, dimentico che invece era festivo! Mentre ero allo stand, guardavo i tanti uomini che mi passavano davanti in giacca e camicia e nessuno mi sembrava come te… Avrei voluto vederti spuntare tra loro! Perché lì è pieno, oltre che di addetti ai lavori, anche di pseudo-artisti che si presentano ai vari editori (e anche a noi, dato che pubblichiamo alcune riviste illustrate) ed è tutto un parlare d’arte e vita… sai, fanno un po’ i “vissuti”, e a un certo punto mi veniva il voltastomaco (Un po’ d’umiltà!, pensavo) e allora mi tornavano in mente le tue parole, quando mi parli di te e non ti senti un Artista, e del fatto che puoi vivere anche senza scrivere, insomma tutte le cose che mi hai detto di te, e pensandoci ti apprezzavo ancora di più e allora ti ho scritto quel messaggio. Comunque, ti dico che oggi alla Fiera è stato il giorno di Philip Pullman, un autore inglese di fantasy di gran qualità (quando ti appresterai a scrivere la tua saga fantasy ti converrà conoscerlo un po’, per esempio). Un elegante signore distinto, dall’aspetto tipicamente inglese. Eppure non dimentico che qualche anno fa, alla morte dell’amato padre, ne fece disperdere le ceneri buttandole in aria tramite fuochi d’artificio (un gesto un po’ eclatante!).