Sette personaggi

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Sette personaggi in cerca di pace, ognuno distantissimo dall’altro, incapaci di guardarsi  negli occhi. Sette figure fermate con tutta probabilità sulla terrazza del Parc de Saint Cloud, dove Edward Hopper amava andarsi a sedere, che guardava la Senna. Uno sfruttatore; una monumentale prostituta, ammiccante, truccatissima, i capelli alla garçonne; un uomo con barba e cappello; un militare in alta uniforme o un domatore di circo visto di spalle (sarà lui l’oggetto di desiderio della prostituta?); un pagliaccio dallo sguardo assente; una coppia di borghesi che guarda la scena con distacco solo apparente: ecco i protagonisti di Soir Bleu, quadro anomalo nell’ambito della stessa produzione artistica di Hopper. Non solo per le dimensioni: 182,7 per 91,8 centimetri contro una media di 70 per 60; ma anche per il destino: esposto nel 1915 al MacDowell Club di New York, in pratica la prima vera mostra dedicata a Edward, non piacque né ai critici («troppo europeo e troppo vecchio come stile») né al pubblico, forse perché a fianco nella stessa esposizione l’artista volle mettere il più convenzionale New York Corner. Così Hopper avrebbe deciso di riprenderselo e di non mostrarlo più, tanto che sarà riscoperto, nel suo studio, solo dopo la morte, il 15 maggio 1967.

Stefano Bucci, in la Lettura #230, pp. 28-29

Fotografare. 2

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Los Angeles, 1991, una delle due versioni (una orizzontale, l’altra verticale) dello stesso scorcio urbano. Due gruppi di case, allora colorate, che qualche anno più tardi avrei trovato tutte dipinte di bianco. Avevo di nuovo con me i miei soliti obiettivi, mi sono fermato e ho iniziato a fotografare: tanti di quegli scatti  li avrei ancora una volta cancellati, ma quella era in qualche modo un’occasione speciale, perché quelle fotografie non potevano nascere in Italia o in Europa: superfici così nette, colori così accesi e così pieni, allora si potevano trovare solo negli Stati Uniti. Ancora una volta, comunque, erano frammenti di qualcosa che portavo già dentro di me, la lezione di due grandi della pittura come Mondrian e Malevic, che da giovane mi piaceva imitare. Il dilemma più intrigante è stato quale taglio scegliere per l’immagine, se orizzontale o verticale: di solito scelgo  l’orizzontale perché è più arioso, mentre l’inquadratura verticale schiaccia e costringe lo sguardo di chi osserva a in uno spazio più ridotto.

Franco Fontana, in la Lettura #224, pag. 47

Fotografare. 1

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La foto dell’uomo di fronte alla facciata di una grande casa rossa, appoggiato a una limousine altrettanto rossa l’ho scattata quasi per caso, nel 2001, mentre ero negli Stati Uniti per un progetto che si sarebbe chiamato Sorpresi nella luce americana, uno sviluppo dei paesaggi urbani con l’inserimento di persone. Avevo in mente Hopper e i suoi quadri con figure ed è a lui che ho immediatamente pensato vedendo quell’uomo e tutto quel rosso, anche se poi il rosso non è forse il colore che ci fa subito pensare a Hopper. Alla fine è nata un’immagine iperrealista, con l’uomo che è vero ma che sembra finto, in posa, quasi fosse cera. È una posa in qualche modo teatrale. Ancora una volta sono capitato in quel posto per caso, mi sono fermato e ho iniziato a scattare con le mie macchine, cambiando obiettivo e angolazione, perché non volevo perdere l’attimo, perché magari quell’uomo si sarebbe spostato o la macchina sarebbe partita. Ci avrei pensato io a cancellare le immagini sbagliate o quelle che non mi piacevano: cancellare fa parte del mio lavoro, scegliere quella giusta e distruggere quelle che non mi piacciono è uno dei momenti della mia creazione.

Franco Fontana, in la Lettura #224, pag. 46

Ottimismo americano

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Ottimismo. Speranza. La nostra passione americana per i discorsi promozionali, gli slogan pubblicitari e la dipendenza che ne abbiamo ricavato culturalmente a rendere rappresentativo non quello che funziona o merita di essere conservato, ma quello per cui val la pena di lavorare — questo, in luogo della tradizione, è nervosamente vitale. È anche una forma di pazzia, un’avidità ossessiva a che il futuro rimpiazzi il senso della storia. ma è il fondamento dell’America — questo guardare al futuro. Noi-creeremo-una-nazione, e avremo giardini, piscine e chirurgia plastica. I discorsi di Franklin Roosevelt per esempio — se li confrontiamo con quelli di Churchill, capirete di cosa sto parlando. Lo capirete dal ritmo, dalle immagini a cui ricorre e dalle sue asserzioni. Roosevelt propose le quattro libertà, e Churchill offrì sangue, fatica, sudore e lacrime. (Oppure confrontate Twain con Wodehouse. O Groucho Marx con Waugh.) Il senso americano della tragedia è talmente diluito dal sogno a occhi aperti da sembrare quasi ridicolo. Noi americani raffazzoniamo simboli alla bell’e meglio, come forma di propaganda, una irrealtà attiva. Paragonate il sigaro di Churchill con il bocchino da sigarette di Roosevelt. (O la passione per l’alcool di Churchill, dichiaratamente scoperta, con la sedia a rotelle di Roosevelt, che praticamente non veniva mai fotografata.)
La Dichiarazione di Indipendenza, la Costituzione e gli Emendamenti hanno una strana somiglianza con i testi pubblicitari, con il tipo di garanzia che in genere offre la pubblicità. E la pubblicità sta al nichilismo e alla minaccia di paradiso e inferno come la materia sta all’antimateria. I fondamenti che individuano la classe media in America non hanno niente a che vedere con la classe sociale nel senso europeo, hanno invece tutto a che vedere con un anelito utopistico. L’equivalente americano (che non è affatto equivalente) della buona borghesia è un mercato socialmente indefinibile di consumatori che, come comun denominatore, sono ricchi e arroganti. facili da intimorire ma non altrettanto facili da reprimere. Qui, dato che la cultura è così instabile (e così nuova), l’elemento dominante è quello pragmatico, il know-how delle cose: come essere felici o ragionevolmente appagati e benestanti; come comportarsi con gente di tipo superiore che ha uno status, che, per dire, ama l’opera; come fare queste cose nell’immediato futuro migliore. Il tutto ha un toono tipo “Da che parte stai?”. Il sogno americano, come in Twain (e Hemingway), è quello di ricostruire dopo l’alluvione, trovandosi in condizioni migliori di prima, di superare questa o quella sfida, fino alla morte, morte inclusa.

Harold Brodkey, Questo buio feroce, Rizzoli, Milano 1999, pp. 55-56

Mingus, chaos & magic

 

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(Charles Mingus in Paris, 1964 – Guy Le Querrec/Magnum Photos)

Charles Mingus’s audiences never knew quite what they were going to get, and this kept them coming. Mingus, the bassist, composer, and bandleader who reached the height of his fame in the mid-1960s, was notoriously mercurial. He was known to fire and rehire band members over the course of a set, and was once fired himself for chasing a trombonist across the stage with an axe. His reactions to noisy crowds ranged from announcing, “Isaac Stern doesn’t have to put up with this shit,” to ordering his band to read books onstage. His music, which drew omnivorously on the blues, gospel, Dixieland, Duke Ellington, bebop, and classical music, among much else, was similarly unpredictable. It blurred the boundaries between improvisation and composition, often ignoring standard form, and was famous for its rapid shifts in mood and tempo.

http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2013/feb/12/mingus-chaos-magic

American's Mad Magazine

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Founded as a comic book by editor Harvey Kurtzman and publisher William Gaines in 1952, Mad and its gap-toothed mascot Alfred E. Newman (still active today!) pioneered populist satire and inspired many lesser imitators. One distinctive feature of the magazine for almost its entire existence was its ability to run without advertising, allowing it to tear apart materialist culture without fear of biting the hands that fed it. Instead, for decades, the magazine ran fake spoof ads like those you see here. At the top, for example, see a 1963 ad for the “1963 ¾ Edsel,” an update of the “1963 ½ models—which made all ’63 models obsolete.” The text goes on to state frankly, “we’re taking the first steps toward “Planned Monthly Obsolescence—when every car owner will be shamed into trading in his old June ’64 car for a brand new shiny July ’64 model.” Apple, take note.

http://www.openculture.com/2015/02/a-gallery-of-mad-magazines-rollicking-fake-advertisements-from-the-1960s.html

Carrellologia, o trolleyolology

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Il problema del carrello è diventato un quesito classico della filosofia morale negli ultimi cinquant’anni, qualcosa di simile a quello che uno standard è per la musica jazz, al punto da avere dato origine, come racconta Edmonds, a una sorta di sottobranca della filosofia morale contemporanea chiamata appunto, tra il serio e il faceto, carrellologia (trolleyology). Nella sua prima e basilare formulazione, il problema è stato posto dalla filosofa inglese Philippa Foot, il cui nonno era il presidente americano Grover Cleveland. Insieme a due sue grandi amiche e colleghe, la scrittrice Iris Murdoch (nota al grande pubblico come romanziera ma che fu anche un’apprezzata filosofa) e l’allieva di Wittgenstein Elizabeth Anscombe, Philippa Foot ha riportato in primo piano una branca della filosofia nota come “etica della virtù”, alla cui rinascita hanno certamente contribuito i tremendi quesiti morali suscitati dagli eventi atroci della Seconda guerra mondiale.

http://www.doppiozero.com/materiali/teorie/uccideresti-luomo-grasso

Le donne, la passione, il sesso (di Schopenhauer)

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Dopo la madre, la presenza più invasiva nella vita di Arthur fu una querula cucitrice di nome Caroline Marquet. Pochi resoconti biografici di Schopenhauer evitano di menzionare il loro incontro in un mezzogiorno del 1823, che ebbe luogo su di una scala male illuminata, a Berlino, davanti all’appartamento di Arthur, quando lui aveva trentacinque anni e Caroline quarantacinque.
Quel giorno Caroline Marquet, che viveva nell’appartamento adiacente, aveva in visita tre amiche. Irritato dal rumoroso chiacchiericcio, Arthur spalancò la propria porta, accusò le donne di violare la sua intimità, visto che l’anticamera dove stavano chiacchierando faceva tecnicamente parte del suo appartamento e con durezza intimò loro di andarsene. Quando Caroline rifiutò, Arthur la costrinse fisicamente, scalciando e gridando, ad abbandonare l’anticamera e scendere giù per le scale. Quando lei, con impertinenza, risalì le scale con aria di sfida, lui la respinse di nuovo, questa volta con maggior energia.
Caroline lo citò in giudizio, affermando di esser stata spinta giù per le scale e di aver subito un danno fisico notevole che aveva avuto come conseguenze dei tremori e una parziale paralisi. Arthur aveva una gran paura di subire un processo: sapeva che era molto improbabile che riuscisse mai a cavare dei soldi dai suoi interessi di studioso e aveva sempre difeso accanitamente il capitale ereditato dal padre. Quando i suoi soldi furono in pericolo, egli divenne, secondo le parole del suo editore, «un cane alla catena».
Convinto che Caroline Marquet fosse un’opportunista poco di buono, si batté contro la citazione in giudizio con tutte le sue forze, appigliandosi a ogni possibile cavillo legale. Gli accaniti procedimenti processuali si protrassero per i sei anni successivi fino a che il tribunale non si pronunciò a suo sfavore e lo condannò a pagare a Caroline Marquet sessanta talleri l’anno per tutto il perdurare del suo danno fisico. (In quegli anni una serva o una cuoca sarebbero state pagate venti talleri l’anno più vitto e alloggio.) La previsione di Arthur che lei sarebbe stata sufficientemente scaltra da tremolare fino a quando i soldi avessero continuato a scivolarle in tasca si rivelò esatta; continuò a pagare per il suo sostentamento fino a quando la donna non morì, ventisei anni più tardi. Quando gli fu recapitata una copia dell’atto di morte, ci scarabocchiò sopra: «Obit anus, abit onus» (la vecchia muore, il fardello è sollevato).
E le altre donne della vita di Arthur? Arthur non si sposò mai ma fu tutt’altro che casto: per la prima metà della sua vita fu anzi molto attivo sessualmente, forse persino ossessionato dal sesso. Quando Anthime, l’amico d’infanzia di Le Havre, lo andò a trovare ad Amburgo durante il periodo di apprendistato di Arthur, i due giovanotti trascorsero le loro serate alla ricerca di avventure amorose, sempre con donne degli strato sociali più bassi: servette, attrici, ballerine di fila. Se non avevano successo nelle loro ricerche, mettevano fine alla loro serata consolandosi tra le braccia di una «prostituta industriosa».
[…]
A trentatré anni Arthur iniziò una relazione intermittente della durata di dieci anni con una giovane ballerina di fila berlinese di nome Caroline Richter detta Medon, che spesso portava avanti contemporaneamente delle storie con uomini diversi. Arthur non aveva nulla da obiettare a questa soluzione e diceva: «Per una donna doversi limitare a un uomo nel breve tempo della propria giovinezza è una situazione innaturale. Essa è costretta a serbare per uno ciò che quell’uno non arriva a utilizzare e che molti altri desidererebbero da lei». Allo stesso modo si opponeva alla monogamia per l’uomo: «L’uomo ha dapprima troppo, e poi troppo poco […] gli uomini sono per una metà della vita puttanieri, per l’altra becchi».

Irvin D. Yalom, La cura Schopenhauer (trad. di Serena Prina), Neri Pozza Editore, Vicenza 2005, pp. 222-223