La scrittura (di Valter Binaghi)

self-publishing

Nella lingua nasciamo, ci muoviamo, abitiamo, apprendiamo a nominare il mondo e le cose, essa ci rassicura di vivere in un universo stabile e senza misteri, e ci fornisce storie praticabili, maschere sociali tra cui scegliere il nostro copione. Tuttavia, c’è qualcosa di noi che nella lingua comune rimane inespresso. A volte, nel bel mezzo di un banchetto o di un’assemblea, ma anche cercando tra comuni parole d’amore quella che sveli compiutamente il nostro sentire, ci verrebbe voglia di prorompere in un grido disarticolato e folle, qualcosa che il mondo non ha mai udito, perchè non ci importa niente di essere stati qualcosa o qualcuno che somiglia a qualcun altro, ma di manifestare una particolare qualità del vivere che a noi, e solo a noi singolarmente si svela.
A chi riesce questa parola nuova, questa narrazione esonerata dalle ipoteche della comunicazione e dei mestieri, spetta la nomea di artista, se ciò cui ha dato forma risulterà presto o tardi una rivelazione dell’essere e del vivere anche per altri – in caso contrario, il suo gesto non varrà niente più del gemito di un morente o del balbettio di un mentecatto. Ecco perchè non c’è arte senza pubblico, e chiamiamo meraviglia quell’intima risonanza con cui accogliamo nella forma artistica un sapore ancora inespresso e fino a ieri sconosciuto o meglio inconsapevole (“conoscere è ricordare”, è sempre il vecchio Platone che ritorna!). Continua a leggere “La scrittura (di Valter Binaghi)”

Il “servilismo” italiano e il ’68

(Da: “Il manifesto” del 13-05-2011)

È un fatto difficilmente contestabile che, attualmente, le leve del potere dell’industria culturale stiano tutte in mano a (tardi) esponenti della «generazione ribelle», equamente distribuiti fra «destra» e «sinistra». L’editoria più importante non pubblica se non ciò che si richiama alla loro costellazione valoriale. In televisione, occupano la scena come anchor-men (o women) o come ospiti dotati di diritto di parola. Beninteso, qualche spazio letterario o qualche comparsata televisiva si concede anche agli extranei, ma a condizione che i beneficati non pretendano di obiettare all’idealismo (in senso gnoseologico) dei depositari del logos.
Dal punto di vista economico e politico la situazione non è differente. Anagraficamente parlando, infatti, le leve del comando stanno in mano ai baby-boomers: sono statisti, dirigenti d’impresa, leader sindacali et hoc genus omne. E anche qui l’accesso dei più giovani ai gradini più elevati della piramide sociale avviene rigorosamente per cooptazione: una cooptazione che, manco a dirlo, presuppone l’adesione incondizionata ai valori di riferimento dei «padri» (e delle «madri»).

Leggi tutto in:
http://valterbinaghi.wordpress.com/2012/01/31/il-servilismo-italiano-e-il-68-di-luigi-cavallaro/

MITI E FOLLIA (miti e incertezze, la vendetta)


Questo è un estratto, preso ieri pomeriggio, del commentario a questo articolo:

(daniele ventre il 21 gennaio 2012 alle 14:01)
La fine argomentazione binaghiana si è manifestata in questi termini:
“clic”.
Come si può notare, ho eliminato i commenti di Binaghi. Grazie alle sue prese di posizione abbastanza insultanti e fatte di ironie a vuoto e di argomenti ad hominem, ora la discussione ha assunto l’aspetto di un registro inquisitoriale. Binaghi a quelli c’è più abituato di quanto proclami. L’invocato click (o clic, scegliete voi la vostra variante grafica preferita) c’è stato.
Ora Binaghi può andare altrove a vantare la mia scarsa democraticità e a desumerne edificanti filosofari sull’irriducibilità dell’individuo. Quanto a me, io non coltivo il “mito” della democrazia al punto da tollerare gli insulti gratuiti.
P. s.
Una volta, tanto tanto tempo fa, qualcuno mi disse che il cristiano è la persona di fronte a cui il male si ferma. Mi pare che qui sia successo invece qualcosa di strano.
Quanto a me, voglio dimenticarmi di questo articolo. Forse se avrò voglia ne scriverò un altro, evitando però di rispondere a urgenze religiose o di altro tipo che non mi competono.

(elio_c il 21 gennaio 2012 alle 14:39)
Beh, peccato che sia finita così. Seguo da parecchio il blog di Binaghi e so che non corrisponde affatto alla rappresentazione che ne è risultata qui, penso anzi che tu abbia perso uno dei pochi che potevano interagire su certe visioni panoramiche, ora dovrai accontentarti di commenti magari estasiati ma vuoti di contenuto, o di semplici richieste di supplemento didattico. Persino nella costellazione di insulti, il confronto aveva lasciato trasparire qualcosa di significativo.
Quando ho letto la prima entrata di Buffoni, l’ho trovata sinceramente insolente (pur avendo un vago ricordo di certe ruggini) e soprattutto gratuita. Speravo che Binaghi la lasciasse a se stessa (come ha fatto Biondillo con un recente insulto a lui rivolto) e continuasse il confronto “teorico” con te senza tentare nel contempo di ripagarsi, provocando una polarizzazione identitaria spiacevole a vedersi su entrambi i fronti. Ma evidentemente certi pruriti sono irresistibili e bisogna infine grattarli fino al sanguinamento. Ma non facciamone una tragedia, si tratta pur sempre di sangue “virtuale”.

(maria il 21 gennaio 2012 alle 18:57)
Ma la discussione non risulta un po’ monca con il pensiero di binaghi riportato a spizzichi e bocconi dall’autore del post che non è d’accordo con lui?
Non avevo mai visto una cosa del genere.
Maria

(carla il 21 gennaio 2012 alle 21:06)
l’articolo sarà anche spettacolare, ma il comportamento lascia molto a desiderare…
meno male non frequento più certi luoghi. Continua a leggere “MITI E FOLLIA (miti e incertezze, la vendetta)”

congrega di sfigati

Amore, famiglia, figli: mi dicono che negli ultimi dieci anni ho dedicato più tempo ai miei libri e al blog che alle persone che dicevo di amare. L’Edipo ha i suoi diritti e pure i suoi obblighi generazionali, ma qualcosa di vero ci sarà senz’altro e, in effetti, scrivere è un’uscita di sicurezza: quel che si scrive è una vita di riserva, senza il sudore e le spine della vita vera.
Qualche scrittore che val la pena di conoscere c’è in giro, e qualcuno di loro mi chiama amico, ma la schiettezza è difficile quando c’è di mezzo un’immagine pubblica da difendere; quanto alla cosiddetta società letteraria, è una congrega di sfigati con la sindrome del successo, a uno come me frequentarla ha fatto più male che bene.

Valter Binaghi

http://valterbinaghi.wordpress.com/2011/12/07/mea-culpa/