Klat Magazine

 


Scopro che Klat Magazine è una rivista bellissima, straordinaria.
Una pubblicazione dedicata al design, all’architettura, alla fotografia, al leisure, al luxury, al vivere, alla creatività, alle idee, alle immagini, agli oggetti, ai colori, all’ambiente e agli ambienti, all’umanità nella sua parte rilucente, al successo nelle realizzazioni – che è diverso dal successo come vulgata –, alle creazioni umane che confluiscono nell’industria e nell’arte, alla cultura nel senso contemporaneo: fruibile, al passo col tempo che si vive, con le idee e i sogni di oggi, visti nella prospettiva che evolve.

Photo by Morgan Maassen, from Klat Magazine

Una rivista che guarda, esplora, osserva, inquadra, domanda, riferisce, dà conto del mondo come raramente una pubblicazione riesce a fare, perché coniuga l’apparente settorialità alta con le correlazioni ineludibili che rinviano al resto, a ciò che è mondo-ambiente e ambiente-mondo, che accoglie tutto: l’agire e il muoversi, il guardare l’osservare e il restituire, lo scoprire, senza confini concettuali o ideologici. Il mondo è guardato nella sua integralità per estrarne frammenti e segmenti e settori che comunque riguardano tutti, sottraendoli alla limitazione canonica o ideologica da cui sono spesso condizionati. Fattori, situazioni, progetti e fabbricazioni che contribuiscono all’intera nervatura del sistema umano.

La Passione secondo Carol Rama, GAM, Torino

Una rivista-rivelazione, dunque: soprattutto per chi – come me – s’è rifugiato troppo a lungo nella cultura libresca e circolare, arginata, che crea canoni, che fa sviluppare un’introspezione analitica mancante di una necessaria prospettiva-mondo che sia concreta, visibile davvero da quella formidabile macchina naturale che è l’occhio reale.

http://www.klatmagazine.com

https://www.facebook.com/Klat-173331819993

Questa pratica folle

 

01

Quando si accetta di essere destinati a scrivere, dopo aver provato di tutto — il matrimonio, la vita da hippie, i viaggi, la meditazione zen, vivere nel Minnesota o a New York, insegnare — ci si trova di fronte a un cammino obbligato. E allora, per quanto siano forti le resistenze che s’incontrano oggi, domani sarà un altro giorno, con altre cose da scrivere. Non si può far conto sul fatto che tutto vada liscio un giorno dopo l’altro. Non sarà così, un giorno magari tutto va meravigliosamente, e il giorno dopo pur di non rimettersi a scrivere ci si  imbarcherebbe come mozzo su una nave diretta in Arabia Saudita. Non ci sono garanzie. Uno scrive per tre giorni di fila, s’illude di aver finalmente trovato un ritmo, e poi di colpo la puntina graffia il disco e uno lo attraversa stridendo con tutti i capelli ritti in testa.
Bisogna cercare di vedere le cose in prospettiva. Ci si è impegnati a scrivere, o almeno a capire di che si tratta. E allora bisogna continuare, qualsiasi cosa succeda. Ma senza essere rigidi. Se il giorno in cui avevamo deciso di scrivere dobbiamo portare i ragazzi dal dentista, scriviamo nella sala d’aspetto del dentista, oppure non scriviamo. L’importante è restare in contatto dentro di noi con il nostro impegno verso la scrittura, questa pratica folle, sciocca e meravigliosa. Cercate di mantenere nei suoi confronti un rapporto di amicizia. È più facile tornare da un amico che da un nemico.

Natalie Goldberg, Scrivere Zen, Ubaldini Editore, Roma 1987, pag. 137-138.

· 106

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Oggi, mentre in garage scendevo dalla macchina, mi sono guardata intorno pensando a quanto avevo aspettato questa vacanza e a come ora è già finita… però non l’ho pensato con tristezza ma con felicità, perché anche se queste settimane sono volate (mi sembra siano passate velocissimamente…) sono state stupende, e davvero sono già scolpite dentro me, come ti ho scritto, non le dimenticherò mai. Ti amo così tanto. È stato indescrivibilmente bello camminare con te, vedere tante cose, fare a lungo l’amore, addormentarci e svegliarci insieme, con te che mi sorridevi dolcemente, e poi finalmente non essendo incalzati dal tempo abbiamo potuto parlare con calma e profondamente, di tutto: di noi, di me, di te, di letteratura, di qualunque cosa. È stato bellissimo gironzolare in libreria e uscire carichi di libri e dischi e bere il tè insieme e riposarci stremati su una panchina, sedere al ristorante elegante con una zuppiera d’insalata davanti mentre tu rischiavi di far cadere tutte le bottiglie presenti sul tavolo, e poi fare colazione mentre tu spalmavi il burro e io mi gustavo le torte presenti e poi ormai (ma questo già le altre volte) mi sento così a mio agio con te, non m’importa se mi vedi con la fascia in testa o se esco dal bagno o cose del genere, e poi tu sei stato meraviglioso con le tue carezze, le tue coccole, quando abbiamo fatto l’amore (compreso anche quando eravamo stanchi e mi accarezzavi soltanto) mi hai fatta impazzire di piacere. Stamattina all’inizio ero un po’ strana: ero ancora stanca per la fatica di ieri e perché la notte avevo dormito poco e poi ero un po’ malinconica perché ormai dovevamo tornare a casa e così mi sono rattristata fraintendendo le cose che dicevi… Quando mi hai detto che a volte ti senti smarrito e poi ti sei commosso, be’, sappi che non sei solo e non sei smarrito: hai solo bisogno di esprimere il te stesso più vero, di conoscerti e di farti conoscere e di prendere contatto con certe parti di te che ancora possono farti soffrire.

 

· 52

Sai che ieri avevo una fame che dopo cena ho anche mangiato un gelatone? Saranno tutte le energie spese! Poi, durante il viaggio ho letto un po’ di Peanuts (grazie di avermeli regalati!) e in certi punti Charlie Brown mi ha ricordato te, perché si sentiva solo e inadeguato ed era emarginato dagli altri bambini ed era molto triste. Ma in realtà è, come sappiamo, il più simpatico! Dico questo perché ho anche letto le tue lettere (sì, mi hai tenuto compagnia per tutto il viaggio e anche ora perché sto ascoltando un tuo cd). Allora, quella dell’altro ieri… credo di averla letta cinque o sei volte di seguito! Sono felice che ti abbia tanto colpito quella mia espressione, perché… è proprio così, lo penso sul serio, ed è bellissimo. E poi è vero, me lo dico anch’io: i messaggini possono essere “banali”, devono essere brevi e sembra che ripetano sempre le stesse cose ma in realtà lì ci sono le nostre parole, che non sono mai buttate a caso, ed è un modo per sentirsi vicini… La seconda lettera è quella del pessimismo, e anche lei nella sua “negatività” è bellissima. Sono felice che tu mi scriva quando sei triste perché voglio esserti vicina sempre, e soprattutto in quei momenti. Riguardo all’inutilità dello scrivere, be’, è un discorso sensato il tuo e lo capisco benissimo. Non è certo piacevole fare tanta fatica e vedere che ben pochi riescono a sapere della sua esistenza e a leggerti. Però, intanto non è facile prevedere certi meccanismi: ci sono romanzi che quando escono non se ne accorge nessuno, magari dopo alcuni anni vengono “scoperti” e improvvisamente prendono il volo. Questa possibilità può sempre esserci. L’idea di quello che dovresti scrivere adesso mi sembra accattivante: c’è l’erudizione ma anche azione e intrigo, oltre che quel pizzico di misterioso esoterismo che è sempre suggestivo. E anche il campo della letteratura per ragazzi potrebbe funzionare. Insomma, secondo me non è vero che non ne vale la pena. La mia teoria nella vita è che uno deve sforzarsi senza tirare troppo la corda, soprattutto quando non si tratta di cose “vitali”. Cioè, puoi vivere anche senza scrivere romanzi, anche se scriverli, pubblicarli e magari avere successo è una prospettiva allettante, perciò secondo me vale la pena. Ma se scrivere romanzi diventasse solo un obbligo soffocante che ti provocasse malessere, puoi anche fermarti, almeno per un po’, finché non ti senti eventualmente pronto per ricominciare. Non chiederti troppo ma non essere neanche troppo arrendevole. Invece concordo in pieno con l’ultima parte della lettera, in cui dici che vorresti scrivere d’amore! Potresti benissimo cimentarti in un romanzo “rosa” ed essere quell’anello di congiunzione tra Dostoevskij e Danielle Steel (scherzo!).
 

Questa pratica folle


Quando si accetta di essere destinati a scrivere, dopo aver provato di tutto — il matrimonio, la vita da hippie, i viaggi, la meditazione zen, vivere nel Minnesota o a New York, insegnare — ci si trova di fronte a un cammino obbligato. E allora, per quanto siano forti le resistenze che s’incontrano oggi, domani sarà un altro giorno, con altre cose da scrivere. Non si può far conto sul fatto che tutto vada liscio un giorno dopo l’altro. Non sarà così, un giorno magari tutto va meravigliosamente, e il giorno dopo pur di non rimettersi a scrivere ci si  imbarcherebbe come mozzo su una nave diretta in Arabia Saudita. Non ci sono garanzie. Uno scrive per tre giorni di fila, s’illude di aver finalmente trovato un ritmo, e poi di colpo la puntina graffia il disco e uno lo attraversa stridendo con tutti i capelli ritti in testa.
Bisogna cercare di vedere le cose in prospettiva. Ci si è impegnati a scrivere, o almeno a capire di che si tratta. E allora bisogna continuare, qualsiasi cosa succeda. Ma senza essere rigidi. Se il giorno in cui avevamo deciso di scrivere dobbiamo portare i ragazzi dal dentista, scriviamo nella sala d’aspetto del dentista, oppure non scriviamo. L’importante è restare in contatto dentro di noi con il nostro impegno verso la scrittura, questa pratica folle, sciocca e meravigliosa. Cercate di mantenere nei suoi confronti un rapporto di amicizia. È più facile tornare da un amico che da un nemico.

Natalie Goldberg, Scrivere Zen, Ubaldini Editore, Roma 1987, pag. 137-138.