Cavalletto

Gianfranco Ferroni, Cavalletto, tecnica mista su tavola, 1986
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Paradiso Perduto

La stupidità, questo inconfessabile amore, esercita su di noi un potere ipnotico, una invincibile attiranza. Più volte l’ho sperimentato nel tram, nei luoghi pubblici, al caffè. Sto seduto al caffè, e accanto a me che vado errando nei più inesplorati continenti dell’intelligenza, seggono alcuni sconosciuti. Come avviene di solito, esalano i discorsi di costoro una stupidità ineffabile, ispirata, incantatrice. A poco a poco la mia avventura si offusca, perdo la traccia del mio viaggio solitario, cedo al richiamo primordiale della stupidità, il mio orecchio è pieno della voce della sirena. Intelligenza, ti saluto! Non penso più, non cerco più, non voglio più. Un dolcissimo languore m’invade, come in capo a un’insonnia prolungata i nostri nervi finalmente si disciolgono nello sfinimento voluttuoso del sonno. Ora mi rivolgo a voi e vi domando: “Per noi figli dell’Intelligenza, per noi figli del Peccato, questo richiamo non è forse quello lontanissimo, nostalgico del Paradiso Perduto?

Alberto Savinio, Nuova Enciclopedia, pp. 353-354

Aristofane e il lettino

illustrazione di Fabio Delvò

«Adesso sdraiati qui e tira fuori qualche pensiero sui casi tuoi». Si ripete sempre che la psicoanalisi è nata alla fine dell’Ottocento, quando Sigmund Freud iniziò a esaminare le sue pazienti, distese sul famoso divano. Ma se questo è il gesto che inaugura la psicoanalisi, allora tutto è cominciato prima, molto prima.
Nel marzo del 423 a.C. gli Ateniesi si ritrovarono a teatro per assistere alla nuova commedia di Aristofane, le Nuvole. La storia, eternamente uguale a se stessa, è quella di un padre che non sa come fare per sbarcare il lunario, con una moglie poco propensa al risparmio (ma viene dalla società bene, lei, mentre il marito è un contadino inurbato), un figlio scapestrato (tutto la madre) e tanti creditori che lo assillano. È l’alba, il momento dei pensieri più angosciosi e delle intuizioni più ardite. Corre voce di un sapientone, si chiama Socrate, che aiuta a risolvere i problemi, insegnando come fregare gli altri. Ecco chi lo salverà! Strepsiade si precipita da Socrate, che lo guarda dubbioso: prima lo vuole conoscere, e Strepsiade deve conoscere se stesso. C’è un lettino nel suo pensatoio, pieno di cimici e pidocchi, ma pur sempre un lettino: Strepsiade è invitato a sdraiarsi e ad aprirsi al maestro (è il verso citato all’inizio). La psicoanalisi è nata quel giorno, all’ombra dell’Acropoli di Atene.
Una battuta? Di quelle che nascondono un grano di verità, però. La scoperta di Freud, che scandalizzò l’Europa, fu che non siamo quello che pensiamo di essere. Ci crediamo razionali e morali; invece siamo un calderone ribollente di passioni, impulsi, istinti di cui non siamo neppure consapevoli. Questo è, precisamente, quello che il Socrate di Aristofane rivelava ai suoi malcapitati pazienti. Strepsiade,  poveretto, è troppoo stupido per seguire. Ma suo figlio, Fidippide, capisce, e in fretta: pensiamo di essere superiori, ma ci sono davvero differenze tra noi e gli animali? Non inseguiamo le stesse cose ― seso, sesso, e ancora sesso? («c’est le sexe, toujours le sexe», spiegava Charcot, uno dei maestri di Freud). E cosa sono le leggi o la morale, se non dei tentativi di contenere la nostra natura profonda? Ostacoli, insomma, che ci impediscono di inseguire i nostri bisogni, condannandoci all’infelicità? (E uno legge Il disagio della civiltà). È ora di cambiare! A partire dal problema dei problemi, la causa di tutti i mali. La guerra di liberazione di Fidippide inizia con il gesto più semplice, quello che ― secondo Freud ― tutti sognano di fare, fin dalla più tenera età: negare il padre. Il complesso di Edipo. Avrebbe potuto chiamarlo il complesso di Aristofane.

Mauro Bonazzi, la Lettura #289, pag. 14

Operazione massacro

Rodolfo Walsh ha trentadue anni quando scopre una cosa che ha dell’incredibile: alcuni mesi prima, in un quartiere residenziale di Buenos Aires, una dozzina di civili che si erano riuniti ad ascoltare alla radio un incontro di boxe sono stati arrestati e fucilati dall’esercito senza apparenti motivi; alcuni sono miracolosamente sopravvissuti e hanno una storia da raccontare. È il 1956 e l’Argentina è ostaggio della giunta militare che ha rovesciato il governo di Juan Domingo Perón. Walsh non è un giornalista d’inchiesta – fino ad allora aveva scritto racconti polizieschi e articoli a sfondo culturale – ma inizia lo stesso a indagare: contatta i superstiti, verifica le fonti e i dati, dissotterra particolari ignoti a tutti. In poco tempo raccoglie materiale a sufficienza per un’inchiesta in piena regola, ma appena inizia a scrivere capisce che lo stile giornalistico non è sufficiente. Per restituire in modo efficace la storia dei fucilati di Buenos Aires servono gli strumenti del romanziere: l’organizzazione in scene, la tensione costruita attraverso il montaggio, il background dei personaggi. Il risultato è un romanzo fattuale che irretisce il lettore senza concedere un centimetro di spazio alla finzione. Operazione massacro uscirà nel 1957 (in Italia è stato ripubblicato nel 2011 da La Nuova Frontiera). Gabriel García Márquez lo definirà un «capolavoro del giornalismo universale», ma quello di Walsh non è più soltanto giornalismo, è «giornalismo narrativo».

Otto anni dopo, pubblicando A sangue freddo, Truman Capote dichiarerà di aver inventato una nuova forma d’arte che battezzerà creative non-fiction. Solo che non è vero, per almeno due ragioni: la prima è che il primato appartiene a Walsh; la seconda è che A sangue freddo emerge dallo stesso fenomeno culturale che ha già accolto i primi esperimenti di autori come Gay Talese e Norman Mailer e che di lì a poco sfocierà nel New Journalism.

Fabio Deotto, la Lettura #289, pag. 16

Manila 2016

«Con altri colleghi mi appostavo alle 8 di sera alla centrale di polizia. Quando le volanti partivano alla caccia di un presunto trafficante cercavano di depistarci. A poco a poco imparavo come intuire i loro inganni, come intercettare le loro radio. Ma imparato anche che la scena del crimine era solo l’inizio della storia e che spesso era truccata: mettevano nelle tasche del cadavere dell’anfetamina e persino un fucile ben piazzato tra le mani. Allora ho cominciato a intervistare i testimoni, a entrare in confidenza con le famiglie di chi non c’era più per verificare la versione ufficiale e smascherare molte operazioni archiviate dalle autorità come legittime. D’altra parte il presidente filippino, autore orgoglioso di tre omicidi, in la sua retorica violenta aveva dato l’esempio alle forze dell’ordine: “Se lo posso fare io, potete anche voi”. E con l’occasione aveva espressamente citato Hitler, parafrasandolo a modo suo: “Anch’io ripulirò il mio Paese da tre milioni di drogati”».

Daniel Berehulak
Foto scattata a Manila l’11 ottobre 2016, vincitrice dei premi Pulitzer (Breaking News Photography) e World Press Photo (General News) 2017.

Intervista in la Lettura #283, pagg. 46-47

Sacre agli dèi. 2

A 18 anni, quando ho indossato per la prima volta le armi, ho giurato: «Non porterò disonore alle sacre armi, né abbandonerò il compagno, dovunque io sia stanziato. Combatterò in difesa delle cose sacre agli dèi e agli uomini, e lascerò il mio Paese non diminuito, ma accresciuto e migliore, da solo e insieme a tutti. Rispetterò saggiamente i magistrati al governo, e osserverò le leggi stabilite e quante saranno istituite con senno. Se qualcuno tenterà di rovesciare le leggi, io combatterò, da solo e con l’aiuto di tutti. Onorerò la religione dei miei padri. Sono testimoni gli dèi e i confini della mia terra, il grano, l’orzo, le vigne, gli alberi di olivo e di fico». Allora ero fiero di essere un cittadino. Poi, però, ho visto molte ingiustizie. Come dice il sommo Aristofane, i tassiarchi, con i loro tre pennacchi e il mantello rosso sgargiante, spesso sono i primi a fuggire, e quando tornano a casa si comportano in maniera intollerabile. Cancellano indiscriminatamente alcuni di noi dalle liste di leva, altri li convocano più volte a sorpresa: «Si parte domani». La guerra è un grande mortaio in cui le città sono maciullate da uomini come Cleone l’Ateniese, soprannominato il «Pestello», o Brasida lo Spartano, che ci hanno trascinati in una lotta fratricida, per la gioia dei mercanti d’armi. Ora è il momento di mettere da parte gli affanni e salvare la pace, prima che un altro pestello lo impedisca. Allora potremo di nuovo fare festa, gridare, ridere; potremo finalmente navigare, rimanere a casa, fottere, dormire, andare alle feste, banchettare, far baldoria come i Sibariti. E io sarò felice di sbarazzarmi dell’elmo: lo ritroveranno nel mare di Gela, tra oltre 2.400 anni. Alle battaglie preferisco una bella bevuta con gli amici accanto al fuoco.

Livia Capponi in la Lettura #274, pag. 43

Sacre agli dèi. 1

Ci chiamano opliti, dal nostro scudo pesante o hoplos, oppure «uomini di bronzo». Oltre a corazza, lancia e schinieri, a volte abbiamo placche anche su braccia e cosce. Lo scudo porta il simbolo della nostra città; la civetta per Atene, la lambda per Lacedèmone o Sparta, la sfinge o la clava di Eracle per Tebe, l’idra per Argo, il polpo per Corinto. L’elmo corinzio che porto in testa, ricavato da un unico pezzo di metallo battuto e difficilissimo da costruire, è ormai usato in tutta la Grecia e pure nelle colonie. Il  nostro capolavoro è la falange, formazione costruita come una casa, con i più valorosi sul fronte e sul retro, e i  meno forti al centro. È una città semovente, organizzata secondo le tribù, in cui si combatte accanto al padre, allo zio, al vicino, e in cui si vince se si sta uniti. I nostri comandanti, i tassiarchi, e sopra tutti lo stratego, in battaglia vanno avanti, sull’ala destra, nel posto più pericoloso. Un suono di tromba ci dà il segnale per l’attacco, un altro per la ritirata, e guai se il suonatore si sbaglia, com’è già successo. Prima di combattere, mangiamo cacio e cipolle, e beviamo del vino, per farci forza. Tutti i cittadini combattono, e in casi estremi arruoliamo perfino forestieri e schiavi. A volte ci accompagna la fanteria leggera, che chiamiamo gimneti, «uomini nudi». Perdere le armi in combattimento non è un disonore, ma perdere lo scudo sì, perché, come disse il re spartano Demarato, gli elmi e le corazze li metti per proteggere te stesso, lo scudo è per il bene di tutta la schiera. Abbiamo trionfato sui Persiani, anche se il loro generale Mardonio trovava il nostro modo di combattere pazzo e troppo sanguinoso. Per noi la guerra dev’essere breve, decisa in una sola battaglia. C’è scarsità di uomini, e bisogna tornare a casa in tempo per il raccolto. A volte al solo vederci quelli scappano, consegnandoci la vittoria senza troppe perdite. Ma quasi sempre ci sono molti morti, fra i vincitori e fra i vinti.

Livia Capponi in la Lettura #274, pag. 43