Klat Magazine

 


Scopro che Klat Magazine è una rivista bellissima, straordinaria.
Una pubblicazione dedicata al design, all’architettura, alla fotografia, al leisure, al luxury, al vivere, alla creatività, alle idee, alle immagini, agli oggetti, ai colori, all’ambiente e agli ambienti, all’umanità nella sua parte rilucente, al successo nelle realizzazioni – che è diverso dal successo come vulgata –, alle creazioni umane che confluiscono nell’industria e nell’arte, alla cultura nel senso contemporaneo: fruibile, al passo col tempo che si vive, con le idee e i sogni di oggi, visti nella prospettiva che evolve.

Photo by Morgan Maassen, from Klat Magazine

Una rivista che guarda, esplora, osserva, inquadra, domanda, riferisce, dà conto del mondo come raramente una pubblicazione riesce a fare, perché coniuga l’apparente settorialità alta con le correlazioni ineludibili che rinviano al resto, a ciò che è mondo-ambiente e ambiente-mondo, che accoglie tutto: l’agire e il muoversi, il guardare l’osservare e il restituire, lo scoprire, senza confini concettuali o ideologici. Il mondo è guardato nella sua integralità per estrarne frammenti e segmenti e settori che comunque riguardano tutti, sottraendoli alla limitazione canonica o ideologica da cui sono spesso condizionati. Fattori, situazioni, progetti e fabbricazioni che contribuiscono all’intera nervatura del sistema umano.

La Passione secondo Carol Rama, GAM, Torino

Una rivista-rivelazione, dunque: soprattutto per chi – come me – s’è rifugiato troppo a lungo nella cultura libresca e circolare, arginata, che crea canoni, che fa sviluppare un’introspezione analitica mancante di una necessaria prospettiva-mondo che sia concreta, visibile davvero da quella formidabile macchina naturale che è l’occhio reale.

http://www.klatmagazine.com

https://www.facebook.com/Klat-173331819993

I libri faranno una brutta fine

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Questo lo scriveva Andrea Inglese due anni fa.

Ora, quello che mi lascia perplesso nell’intervento di Sofri, è il suo modo di sciogliere, dal punto di vista argomentativo, i nodi che ha lucidamente individuato. Ad un certo punto egli scrive: “qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.” La formula è di quelle che, nel mondo del giornalismo culturale (autori da diecimila lettori in su), ci siamo abituati a leggere in varie salse. Neutralità e contegno, innanzitutto. I partiti presi, magari conflittuali, è roba da autori dilettanti. Se però mi soffermo un attimo su questa formula, permettendomi un’arcaica lentezza, i conti non tornano. Perché mai i litigi dovrebbero essere inutili se vertono sul fatto che questi cambiamenti possono influire su un peggioramento o su un miglioramento del mondo? Per come sono stato educato, e per i valori che ho assorbito nella società in cui vivo, mi sembra che nulla ci sia di più utile che interrogarsi, e magari litigare, sul bene o il male della polis, dei destini generali, del mondo in cui storicamente e socialmente viviamo. Mi han detto che questo modo di fare si accompagna con la storia delle società cosiddette democratiche, a differenza di quanto accade in quelle che possiedono libri sacri e verità indiscutibili. Insomma, quell’aggettivo “inutile” sotto la tastiera di Sofri è una spia di qualcosa di strano e un po’ aberrante. Non solo nel suo punto di vista, ma in quello che egli crede, probabilmente a ragione, essere un punto di vista condiviso. Forse Sofri si è sbagliato, ha scritto una cosa per un’altra. Forse ha voluto dire che questo cambiamento non si può descrivere né come un peggioramento né come un miglioramento. O più precisamente: è prematuro discutere se si vada verso un miglioramento o verso un peggioramento. Infatti aggiunge: “limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede”. Il problema è che oltre la mera “registrazione” del fatto, l’autore non sembra andare. Non sembra minimamente interrogarsi su che cosa comporti, da un punto di vista antropologico, la perdita di centralità del libro, inteso come strumento cognitivo specifico, né la perdita delle competenze del lettore “lento”, che può leggere e rileggere testi impegnativi e lunghi. Anzi, secondo Sofri, pare che perdite e guadagni si equivalgano, e che in definitiva l’unico motore della cultura sarà l’attività giornalistica in rete.

Leggi tutto:
http://www.nazioneindiana.com/2014/01/12/i-libri-faranno-una-brutta-fine

Sedicenti scrittori e paranoici

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In questo tentativo di storicizzare e mappare lo spazio letterario del web dovremo necessariamente lasciare in ombra alcuni aspetti che, non solo in Italia, sono stati e sono tuttora oggetto di discussione: ad esempio l’enorme produzione letteraria (o, meglio, di scritture) in rete, l’uso di identità anonime o pseudonime, l’immenso sottobosco di sedicenti scrittori e autentici paranoici che infestano gli spazi dei commenti nei blog letterari (dove il fermento di ambizioni sbagliate e risentimenti personali trovano a volte un fin troppo agevole canale di espressione), o certi abbagli di chi vede nella rete, e in generale nell’innovazione tecnologica di per sé, un positivo superamento di ogni mediazione editoriale e critica. Ci siamo concentrati sulla militanza letteraria, più che sulla vera e propria critica, perché da quest’ultimo punto di vista la rete ha prodotto poco. Infine, pur trovando suggestiva l’ipotesi che Internet, allargando indiscriminatamente l’agorà critica, possa in prospettiva erodere il principio della consacrazione letteraria fino a scalzarlo, ci è parso più importante, oggi, tentare di mettere in luce le lotte, le prese di posizione e le nuove strutture attraverso cui i processi di accumulazione di capitale simbolico specifico ancora si riproducono, adesso allargati anche alla rete.

Francesco Guglieri – Michele Sisto, Verifica dei poteri 2.0. Critica e militanza letteraria in Internet (1999-2009), “Allegoria” n. 61

La strategia delle emozioni

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Una nuova e implicita prescrizione morale scorre al fondo della nostra società: afferma il tuo carattere personale, non omologarti, cerca la diversità che ti consenta di non confonderti. Dal momento che non c’è peggior condanna che quella di non essere più riconosciuti, ci arrabattiamo per dare consistenza al nostro io, ma tutto questo diventa sempre più arduo, perché l’individuo è ora in balia di una società che mette a disposizione una libertà mai sperimentata prima, una libertà che deriva da un’offerta concorrenziale di modi di vita pronti per l’uso, capaci di garantire varianti sempre nuove, stimoli inesplorati, promesse di avventura. Ecco allora che l’identità diventa un vero e proprio lavoro, una forma di azione e non più una situazione; e se nel passato la rappresentazione del sé poteva essere considerata un dato culturale, un’eredità sociale o un elemento di riflessione, ora appare sempre più simile a una attività performativa. Molti studiosi sottolineano il fatto che la nostra società sembra aver accentuato i comportamenti di rappresentazione e presentazione riflessiva del sé: ci percepiamo come performer perennemente sottoposti al giudizio altrui, immaginiamo la presenza di altri che costituiscono il pubblico delle nostre esibizioni e con cui condividiamo pensieri, gusti, attitudini.

http://www.minimaetmoralia.it/wp/la-strategia-delle-emozioni-lio-dal-reality-show-ai-social-network

ERRORI DAI BLOG (*)

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Dieci giorni fa commentai in merito al post www.scrivo.me/2014/01/09/bookblogger, dove definivo alcune iperboli e inesattezze che secondo me denotano una convenzionalità espressiva un po’ sbrigativa e poco focalizzata. In particolare, definivo il passo:

La recensione del critico letterario, quel pezzo di carta ingiallita già nella prima settimana è quello per cui ogni autore ucciderebbe tutto il suo parentado e anche quello di molti altri.

come iperbole scontata e abusata, e non rispondente al vero. Siccome da più parti sono state chieste precisazioni sulla sostanza del commento, chiarisco che — a nostro avviso — è vero che un autore letterario o pseudo-tale potrebbe esser disposto a fare cose disdicevoli per ottenere una recensione sulla carta stampata; anche cose contro la legge, nei casi acuti, e — teoricamente — anche delitti come l’omicidio, nei casi estremi. Uccidere il proprio parentado è un atto che ricorre nelle cronache: per cui anche la bramosia per la recensione che un critico promette, a patto che si uccidano i propri parenti, potrebbe rientrare nella casistica. Quello che si criticava, dunque non era l’uso dell’iperbole in generale, ma l’eccesso nella sua costruzione. Infatti, se può capitare che qualcuno decida di sterminare il proprio parentado, per i motivi più diversi, è l’aggiunta di “e anche quello di molti altri” che rovina l’effetto, rendendo l’espressione inefficace, se non controproducente. Uccidere i propri parenti, se c’è il movente, è operazione che può essere organizzata; ma andare a uccidere il parentado “di molti altri” diventa impresa ardua e, soprattutto, difficilmente motivata. I propri parenti sono ben conosciuti: di solito sono note le loro ubicazioni e le loro abitudini, i loro possessi e le loro relazioni e correlazioni; gli strumenti per organizzane l’omicidio possono dunque esserci. Invece, cercare i parenti di altre persone per organizzarne la soppressione comporterebbe un lavoro molto più complesso e impegnativo, che il movente di “ottenere la recensione di un critico” sarebbe insufficiente a reggere. A meno che il critico che chiedesse questo, per concedere una recensione, offra tutti i dati e gli strumenti necessari per eseguire le uccisioni — che, con tutta probabilità, riguarderebbero i propri parenti, e quindi si tratterebbe in sostanza di un omicidio su commissione. Dunque, l’iperbole “per cui ogni autore ucciderebbe tutto il suo parentado” potrebbe anche reggere (a patto che il proprio parentado non sia troppo  numeroso); è l’aggiunta “e anche quello di molti altri” che non regge. Dell’articolo in questione s’è parlato da Gaia Conventi, con un interessante commentario: gaialodovica.wordpress.com/2014/01/17/dissento-un-blogger-puo-anche-parlar-male-di-un-libro

Errori dai blog

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Leggiamo su www.scrivo.me/2014/01/09/bookblogger alcuni errori, iperboli e inesattezze che riportiamo di seguito.

La recensione del critico letterario, quel pezzo di carta ingiallita già nella prima settimana è quello per cui ogni autore ucciderebbe tutto il suo parentado e anche quello di molti altri.

1° errore:
iperbole scontata e abusata, e non rispondente al vero.

E la cosa bella è che se al blogger il libro piace, ne parla bene. Non deve essere blasé e far finta che gli fa schifo tutto, se no non sembra abbastanza intellettuale. E’ onesto con i suoi lettori perché è lui che sta parlando e non può dire “io avrei detto diversamente, ma il mio direttore…”. E in genere non gli piace scrivere dei libri che non gli piacciono. Anche qui, applica una politica efficiente e semplice: perché sprecare parole per qualcosa che stai sconsigliando? Serbati quelle parole per qualcosa che vale la pena.

2° e 3° errore:
a) che la maggioranza dei book-blogger sia onesta coi propri lettori, è da dimostrare;
b) la pratica di avallare la correttezza e la convenienza (politica efficiente e semplice) di scrivere solo recensioni positive, tralasciando le negative, non porta ad alcun progresso nell’esercizio della fruizione critica delle opere letterarie, che attualmente sta assumendo livelli sempre più bassi, con grave danno per la cultura in generale e la lettura in particolare.

Per considerazioni più approfondite:
gaialodovica.wordpress.com/2014/01/17/dissento-un-blogger-puo-anche-parlar-male-di-un-libro

I segreti dell'editoria

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Anche essere l’amante della moglie di Paolo Repetti o dell’altro che non mi ricordo mai, per sapere come fanno a pubblicare libri come l’ultimo Lucarelli, che ormai è il Pippo Baudo degli scrittori, anche se lui si crede Santoro, ecco anche essere l’amante della moglie di Lucarelli non sarebbe male, così uno capisce come si passa da giallista a semaforo.

(mexicanjournalist.wordpress.com/2014/01/07/i-segreti-delleditoria)

Notevole articolo ribloggato da Gaia Conventi.

I libri si vendono poco

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Ecco: sarebbe facilissimo scrivere l’articolo che state leggendo. Mi basterebbe prendere l’articolo che ho scritto l’anno scorso o due anni fa nella stessa occasione, aggiornare qualche percentuale al ribasso e ripetere con sconforto le osservazioni che mi sorgevano dal cuore allora. Scrivevo che mi sembrava assurdo che il capo dell’organismo dedito alle politiche sulla lettura in Italia non sapesse fare altro che descrivere la rovina con attonita sufficienza. Scrivevo che mi sembrava di assistere alla sanzione di una debacle senza che nessuno se ne prendesse almeno una parte di responsabilità: nel 2010, al momento del suo insediamento al Cepell, Ferrari aveva promesso di conquistare in cinque anni un 8% di nuovi lettori, ne ha persi più del 10%. Scrivevo che l’unico modo per invertire la tendenza catastrofica era pensare un piano di alfabetizzazione culturale coordinato con la scuola e l’università, e non iniziative rivolte essenzialmente al mercato come le promozioni e le feste del libro. Scrivevo che la Nielsen fa ricerche di mercato e censisce soprattutto quello che la gente compra, non quello che la gente fa: ossia non ci dicono molto sulla lettura che non riguardi l’acquisto di libri o di e-book, non ci parlano per esempio le abitudini della lettura on-line. Scrivevo che Gian Arturo Ferrari se ne doveva andare, per manifesta incapacità a gestire questo ruolo.
E invece Gian Arturo Ferrari è ancora lì, da ultimo giapponese, anche quest’anno ha speso una parte dei fondi del Cepell per fare questa ricerca Nielsen – l’unica sua idea degna di nota della sua direzione – di cui noi non conosciamo i criteri d’indagine, ma che gli ha confermato che il cielo, anche in lontananza, è foschissimo.
Che aggiungere, quindi? Nulla; mi piacerebbe solo, se posso, invece di rimuginare tra me e me sui tempi bui che verranno, rivendicare un paio di piccole cose. La prima è che Ferrari per esempio ieri ha ammesso che sì le promozioni, i maggi dei libri, le feste, le iniziative commerciali o pseudotali, non servono a molto. Ok, grazie: tre anni fa, quando sostenevo questa posizione in un dibattito pubblico a Radio Tre, GAF mi urlò contro. Seconda cosa: da almeno una decina d’anni, da quando con vari scrittori, editori ci siamo resi conto che la crisi economica stava investendo in modo calamitoso il settore culturale e editoriale, abbiamo pensato di rimboccarci le maniche e svolgere un ruolo di supplenza a una politica inane.

http://www.minimaetmoralia.it/wp/i-libri-vendono-poco-si-e-capito-ma-forse-qualcuno-potrebbe-prendersi-qualche-responsabilita

 

Tutti autori

wired

6) Il mercato del self publishing esploderà – Sta già avvenendo. In Islanda il 10% della popolazione ha scritto un romanzo; in Italia, se è vero che siamo tutti ct della nazionale, è anche vero che abbiamo tutti un romanzo nel cassetto. E ora, con Internet, possiamo inserirlo nella grande libreria digitale. Agli utenti l’ardua sentenza.

Leggi tutto: http://www.wired.it/play/libri/2014/03/12/autori-self-publishing-ebook-editoria-2020

 

I libri faranno una brutta fine

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Ora, quello che mi lascia perplesso nell’intervento di Sofri, è il suo modo di sciogliere, dal punto di vista argomentativo, i nodi che ha lucidamente individuato. Ad un certo punto egli scrive: “qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.” La formula è di quelle che, nel mondo del giornalismo culturale (autori da diecimila lettori in su), ci siamo abituati a leggere in varie salse. Neutralità e contegno, innanzitutto. I partiti presi, magari conflittuali, è roba da autori dilettanti. Se però mi soffermo un attimo su questa formula, permettendomi un’arcaica lentezza, i conti non tornano. Perché mai i litigi dovrebbero essere inutili se vertono sul fatto che questi cambiamenti possono influire su un peggioramento o su un miglioramento del mondo? Per come sono stato educato, e per i valori che ho assorbito nella società in cui vivo, mi sembra che nulla ci sia di più utile che interrogarsi, e magari litigare, sul bene o il male della polis, dei destini generali, del mondo in cui storicamente e socialmente viviamo. Mi han detto che questo modo di fare si accompagna con la storia delle società cosiddette democratiche, a differenza di quanto accade in quelle che possiedono libri sacri e verità indiscutibili. Insomma, quell’aggettivo “inutile” sotto la tastiera di Sofri è una spia di qualcosa di strano e un po’ aberrante. Non solo nel suo punto di vista, ma in quello che egli crede, probabilmente a ragione, essere un punto di vista condiviso. Forse Sofri si è sbagliato, ha scritto una cosa per un’altra. Forse ha voluto dire che questo cambiamento non si può descrivere né come un peggioramento né come un miglioramento. O più precisamente: è prematuro discutere se si vada verso un miglioramento o verso un peggioramento. Infatti aggiunge: “limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede”. Il problema è che oltre la mera “registrazione” del fatto, l’autore non sembra andare. Non sembra minimamente interrogarsi su che cosa comporti, da un punto di vista antropologico, la perdita di centralità del libro, inteso come strumento cognitivo specifico, né la perdita delle competenze del lettore “lento”, che può leggere e rileggere testi impegnativi e lunghi. Anzi, secondo Sofri, pare che perdite e guadagni si equivalgano, e che in definitiva l’unico motore della cultura sarà l’attività giornalistica in rete.

Leggi tutto: http://www.nazioneindiana.com/2014/01/12/i-libri-faranno-una-brutta-fine

La fine dei libri (3)

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Sarò molto sintetico. Tutte le affascinanti analisi su cui Luca Sofri basa la sua sentenza sulla Fine dei libri (già cautamente ridimensionato dalle osservazioni di Massimo Mantellini) hanno un grosso difetto: non contengono un numero che sia uno. Vizio (questo della non-documentazione) un po’ troppo diffuso a cui sarebbe bene non indulgere, almeno quando ci si avventura su profezie quantificabili e misurabili, come la fine o no di un prodotto.

Non contenendo un numero che sia uno, posso con tutta tranquillità affermare che quel che dice Sofri non è vero, è già stato smentito dai fatti sul mercato USA, sta già succedendo in quello UK, succederà progressivamente sugli altri mercati che stanno seguendo a ruota. Ecco come funziona: il mercato del libro di carta (come già a suo tempo quello dei giornali e delle riviste, e quindi, rectius, il mercato della carta stampata) non è più sostenibile, e declina progressivamente.

Leggi tutto: http://antoniotombolini.simplicissimus.it/2014/01/caro-sofri-il-libro-e-alla-fine-ma-manco-per-idea

 

La fine dei libri (2)

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Ce lo ha ricordato, in un post dell’8 gennaio, Luca Sofri: i libri faranno una brutta fine. Scherzi a parte, l’argomento è serio e d’attualità. Sofri ci ricorda anche che è un autore da diecimila lettori. Non è un dettaglio di poco conto. In tempi di morte del libro, bisogna chiedersi che peso dare alle persone che ancora scrivono, dentro o fuori il libro. Quanti lettori bisognerebbe avere, perché valga la pena di essere ascoltati? Una volta i Wu Ming ricordarono a qualche loro sprezzante commentatore che loro erano autori da cinquantamila lettori. Okkio. Sarebbe forse importante, oggi, far precedere ogni enunciato, almeno in ambito culturale, e necessariamente in quello più specifico della letteratura, dal numero di lettori di colui che parla (che scrive) in pubblico. Almeno chi legge si sa regolare quanto al tasso di autorevolezza e d’importanza dell’enunciato che gli viene proposto. Torniamo però nel vivo del soggetto. Luca Sofri dice nel suo pezzo un sacco di cose importanti e pertinenti. Risulta solo un po’ strano che lo dica con una certa foga, una certa urgenza, come di scoperta recente e allarmante, dopo aver premesso che il problema è vecchio di decenni. Il punto nevralgico, che secondo lui però non è stato ancora affrontato, riguarda non il declino “commerciale”, ma quello “culturale” del libro. Per Sofri ciò significa innanzitutto due cose: “la Rete ha accelerato la nostra disabitudine alla lettura lunga” e il libro“è diventato marginale come mezzo di costruzione e diffusione della cultura contemporanea”. Di queste faccende, qualche mese fa ne parlò anche Giorgio Mascitelli su Nazioneindiana, il tono era però più sobrio, ma anche probabilmente più amaro. (Mascitelli come Sofri si era interrogato sui tempi della lettura, nella società attuale, e meno panoramicamente si era interrogato sullo statuto del libro soprattutto come mezzo di costruzione e diffusione della letteratura contemporanea.)

Ora, quello che mi lascia perplesso nell’intervento di Sofri, è il suo modo di sciogliere, dal punto di vista argomentativo, i nodi che ha lucidamente individuato. Ad un certo punto egli scrive: “qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.” La formula è di quelle che, nel mondo del giornalismo culturale (autori da diecimila lettori in su), ci siamo abituati a leggere in varie salse. Neutralità e contegno, innanzitutto. I partiti presi, magari conflittuali, sono roba da autori dilettanti. Se però mi soffermo un attimo su questa formula, permettendomi un’arcaica lentezza, i conti non tornano.

Leggi tutto: http://www.nazioneindiana.com/2014/01/12/i-libri-faranno-una-brutta-fine

 

La fine dei libri

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Le vendite dei libri sono in grande crisi, in Occidente e in Italia. Tutti i maggiori editori italiani hanno perdite più o meno cospicue e grafici in discesa: una cappa di desolazione rassegnata incombe su ogni loro riunione o incontro occasionale. Il dato insomma c’è: ma la questione è culturale, non commerciale. E sono due questioni, dicevo.
Una è che leggiamo meno libri, per due grandi fattori legati entrambi a internet. Il primo è che la Rete ha accelerato la nostra disabitudine alla lettura lunga, alla concentrazione su una lettura e un’occupazione sola, al regalare un tempo quieto a occupazioni come queste. È una considerazione ormai condivisa e assodata: la specie umana sta diventando inadatta alla lettura lunga.
Il secondo fattore è che gli spazi e i tempi un tempo dedicati alla lettura di libri stanno venendo occupati in gran parte da altro, e subiscono la competizione di videogiochi, social network, video online, e mille altre opportunità a portata di mano sempre e ovunque. Quelli che leggevano libri sui tram o nelle sale d’aspetto o sui treni oggi stanno sui loro smartphone, e non a leggere ebooks. Ormai stanno sui loro smartphone anche prima di addormentarsi, molti. Tutto quel tempo, non è più a disposizione delle lentezze dei libri: è preso.

La seconda questione centrale nella crisi dell’oggetto libro è che è diventato marginale come mezzo di costruzione e diffusione della cultura contemporanea, che invece sempre più trova luoghi di dibattito, espressione, sintesi, su internet e in formati più brevi. Che non sono necessariamente più superficiali, anzi spesso sono molto più densi e ricchi di certi saggi di 300 pagine allungati intorno a una sola idea (vediamo anche di dire che il libro ha spesso costretto, “per scrivere un libro”, a stirare in lunghezze ridondanti buone riflessioni da cinquanta pagine, se non dieci): ma qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.

Leggi tutto: http://www.wittgenstein.it/2014/01/08/la-fine-dei-libri

il mio libro?

ilmiolibro.it

Lorenzo Fabbri, dunque, è l’ideatore di Ilmiolibro.it, nota piattaforma di self-publishing del gruppo L’Espresso, con lo zampino della Scuola Holden di Alessandro Baricco. Sì, lo so, Baricco è come la polenta: sta bene con tutto, riempie e quasi non la noti.
Il sior Fabbri ci racconta che Ilmiolibro.it ha superato la barriera dei 25.000 titoli in vendita. Nella mia carriera di lettore ho avuto modo di leggere un solo libro di questa piattaforma: refusi a pioggia e storia che non stava in piedi nemmeno appesa ai fili per stendere. Colpa della piattaforma o dell’autore? Dell’autore, certamente, ma visto dove ha piazzato il libro…
Sia come sia, dato che «I libri di carta, compresi illustrati e manuali che alzano naturalmente il prezzo medio, viaggiano attorno ai 13 – 14 euro. Il prezzo medio degli e-book è al di sotto dei cinque euro», e nonostante Lorenzo Fabbri sia convinto che ci troviamo davanti a un «Prezzo che favorisce naturalmente la diffusione», io sono piuttosto restia ad acquistare su Ilmiolibro.it. Ma questo, sia detto, è un problema mio…

http://gaialodovica.wordpress.com/2013/07/25/scrittori-emergenti-il-self-che-comincia-presto-finisce-presto-e-di-solito-va-a-braccetto-con-la-scuola-holden

 

la solitudine della letteratura maggiore

HELENA JANECZEK

Trovo il pezzo di Baldrati veramente utile. Ma la sua riflessione ha senso solo se si parte dall’ammissione che si tratta a modo suo di un buon romanzo. Ossia non di una cosa paragonabile a Moccia, non di “un prodotto omogeneo ai canoni commerciali più biechi”, nemmeno di artigianato.
A me è capitato di leggerlo in dattiloscritto. E ricordo benissimo il momento in cui mi sono convinta che il libro c’era. Era la scena in cui Alice e Mattia escono mano nella mano, in mezzo ai loro compagni “vincenti” e sono rimasta toccata da quelle pagine. Non lo dico principalmente per convincere Niky Lismo o altri che non si tratta della solita “operazione di marketing” fatta in casa Mondadori in cui l’autore sarebbe un puro optional (ma meglio se è giovane e carino) con questi puri dati. Lo dico perché non funziona mai così, tantomeno nel caso di un simile successo clamoroso. Questi fenomeni non si possono confezionare (cosa che tra l’altro sarebbe il sogno di qualsiasi editore). Ma avvengono perché un certo libro incontra la sensibilità di un pubblico, perché ha qualcosa dentro che gli parla, che entra in risonanza. E questa cosa nel libro dev’esserci dentro. Sta all’editore averne una certa intuizione, anche se questa intuizione resta sempre un azzardo di cui tra l’altro non si riescono mai ad intuire gli esiti – nel caso di un esordio- e spesso va pure male.
Comunque io della mia esperienza (che non è quella di editor resonsabile) parlavo, perché la situazione in cui ti trovi a leggere la stampata di un dattiloscritto di un tizio perfettamente sconosciuto, e ben diversa da quella di chi guarda a un libro confezionato che ha venduto quasi un milione di copie. Sei solo tu e quelle pagine stampate che se la giocano con altre identiche pagine stampate che macini (nel mio caso) più o meno quotinianamente. E allora la diversità la noti tantissimo. Noti che persino tu, lettore sgamato, “professionale”, entri nella sospensione dell’incredulità, che cessi di notare che una certa trovata somiglia a quella di un altro autore, che lo stile è fatto così e cosà ecc. ecc. Leggi e basta.
Detto questo posso anche essere d’accordo che “La solitudine dei numeri primi” non spicca per nessuna particolare virtù stilistica, non inventa nulla di inedito e così via. Ma è un libro coerente e non furbo, privo com’è di un raggio di luce in fondo (cosa che tra l’altro delude molti lettori), un libro in cui – credo- il suo autore ha creduto.
Detto questo, il punto più interssante per me è proprio quello su cui si focalizza Baldrati e che vale per Giordano così come per scrittori italiani e stranieri di chiara fama che nessuno taccerebbe di essere prodotti editoriali. Il punto è proprio il legame fra individualismo (solitario) e la sua supposta universalità che lo rende preciso da un lato (quello psciologico), scontornato dall’altro ed è una sorta di condizione di partenza, forse la più importante, per candidarlo al main stream. E’ questa la cosa su cui vale la pena fermarsi a riflettere, se si cerca una letteratura che sia altro.

Helena Janeczek

http://www.nazioneindiana.com/2008/12/27/paolo-giordano-la-solitudine-della-letteratura-maggiore