I libri faranno una brutta fine

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Ora, quello che mi lascia perplesso nell’intervento di Sofri, è il suo modo di sciogliere, dal punto di vista argomentativo, i nodi che ha lucidamente individuato. Ad un certo punto egli scrive: “qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.” La formula è di quelle che, nel mondo del giornalismo culturale (autori da diecimila lettori in su), ci siamo abituati a leggere in varie salse. Neutralità e contegno, innanzitutto. I partiti presi, magari conflittuali, è roba da autori dilettanti. Se però mi soffermo un attimo su questa formula, permettendomi un’arcaica lentezza, i conti non tornano. Perché mai i litigi dovrebbero essere inutili se vertono sul fatto che questi cambiamenti possono influire su un peggioramento o su un miglioramento del mondo? Per come sono stato educato, e per i valori che ho assorbito nella società in cui vivo, mi sembra che nulla ci sia di più utile che interrogarsi, e magari litigare, sul bene o il male della polis, dei destini generali, del mondo in cui storicamente e socialmente viviamo. Mi han detto che questo modo di fare si accompagna con la storia delle società cosiddette democratiche, a differenza di quanto accade in quelle che possiedono libri sacri e verità indiscutibili. Insomma, quell’aggettivo “inutile” sotto la tastiera di Sofri è una spia di qualcosa di strano e un po’ aberrante. Non solo nel suo punto di vista, ma in quello che egli crede, probabilmente a ragione, essere un punto di vista condiviso. Forse Sofri si è sbagliato, ha scritto una cosa per un’altra. Forse ha voluto dire che questo cambiamento non si può descrivere né come un peggioramento né come un miglioramento. O più precisamente: è prematuro discutere se si vada verso un miglioramento o verso un peggioramento. Infatti aggiunge: “limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede”. Il problema è che oltre la mera “registrazione” del fatto, l’autore non sembra andare. Non sembra minimamente interrogarsi su che cosa comporti, da un punto di vista antropologico, la perdita di centralità del libro, inteso come strumento cognitivo specifico, né la perdita delle competenze del lettore “lento”, che può leggere e rileggere testi impegnativi e lunghi. Anzi, secondo Sofri, pare che perdite e guadagni si equivalgano, e che in definitiva l’unico motore della cultura sarà l’attività giornalistica in rete.

Leggi tutto: http://www.nazioneindiana.com/2014/01/12/i-libri-faranno-una-brutta-fine

La fine dei libri (3)

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Sarò molto sintetico. Tutte le affascinanti analisi su cui Luca Sofri basa la sua sentenza sulla Fine dei libri (già cautamente ridimensionato dalle osservazioni di Massimo Mantellini) hanno un grosso difetto: non contengono un numero che sia uno. Vizio (questo della non-documentazione) un po’ troppo diffuso a cui sarebbe bene non indulgere, almeno quando ci si avventura su profezie quantificabili e misurabili, come la fine o no di un prodotto.

Non contenendo un numero che sia uno, posso con tutta tranquillità affermare che quel che dice Sofri non è vero, è già stato smentito dai fatti sul mercato USA, sta già succedendo in quello UK, succederà progressivamente sugli altri mercati che stanno seguendo a ruota. Ecco come funziona: il mercato del libro di carta (come già a suo tempo quello dei giornali e delle riviste, e quindi, rectius, il mercato della carta stampata) non è più sostenibile, e declina progressivamente.

Leggi tutto: http://antoniotombolini.simplicissimus.it/2014/01/caro-sofri-il-libro-e-alla-fine-ma-manco-per-idea

 

La fine dei libri (2)

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Ce lo ha ricordato, in un post dell’8 gennaio, Luca Sofri: i libri faranno una brutta fine. Scherzi a parte, l’argomento è serio e d’attualità. Sofri ci ricorda anche che è un autore da diecimila lettori. Non è un dettaglio di poco conto. In tempi di morte del libro, bisogna chiedersi che peso dare alle persone che ancora scrivono, dentro o fuori il libro. Quanti lettori bisognerebbe avere, perché valga la pena di essere ascoltati? Una volta i Wu Ming ricordarono a qualche loro sprezzante commentatore che loro erano autori da cinquantamila lettori. Okkio. Sarebbe forse importante, oggi, far precedere ogni enunciato, almeno in ambito culturale, e necessariamente in quello più specifico della letteratura, dal numero di lettori di colui che parla (che scrive) in pubblico. Almeno chi legge si sa regolare quanto al tasso di autorevolezza e d’importanza dell’enunciato che gli viene proposto. Torniamo però nel vivo del soggetto. Luca Sofri dice nel suo pezzo un sacco di cose importanti e pertinenti. Risulta solo un po’ strano che lo dica con una certa foga, una certa urgenza, come di scoperta recente e allarmante, dopo aver premesso che il problema è vecchio di decenni. Il punto nevralgico, che secondo lui però non è stato ancora affrontato, riguarda non il declino “commerciale”, ma quello “culturale” del libro. Per Sofri ciò significa innanzitutto due cose: “la Rete ha accelerato la nostra disabitudine alla lettura lunga” e il libro“è diventato marginale come mezzo di costruzione e diffusione della cultura contemporanea”. Di queste faccende, qualche mese fa ne parlò anche Giorgio Mascitelli su Nazioneindiana, il tono era però più sobrio, ma anche probabilmente più amaro. (Mascitelli come Sofri si era interrogato sui tempi della lettura, nella società attuale, e meno panoramicamente si era interrogato sullo statuto del libro soprattutto come mezzo di costruzione e diffusione della letteratura contemporanea.)

Ora, quello che mi lascia perplesso nell’intervento di Sofri, è il suo modo di sciogliere, dal punto di vista argomentativo, i nodi che ha lucidamente individuato. Ad un certo punto egli scrive: “qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.” La formula è di quelle che, nel mondo del giornalismo culturale (autori da diecimila lettori in su), ci siamo abituati a leggere in varie salse. Neutralità e contegno, innanzitutto. I partiti presi, magari conflittuali, sono roba da autori dilettanti. Se però mi soffermo un attimo su questa formula, permettendomi un’arcaica lentezza, i conti non tornano.

Leggi tutto: http://www.nazioneindiana.com/2014/01/12/i-libri-faranno-una-brutta-fine

 

La fine dei libri

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Le vendite dei libri sono in grande crisi, in Occidente e in Italia. Tutti i maggiori editori italiani hanno perdite più o meno cospicue e grafici in discesa: una cappa di desolazione rassegnata incombe su ogni loro riunione o incontro occasionale. Il dato insomma c’è: ma la questione è culturale, non commerciale. E sono due questioni, dicevo.
Una è che leggiamo meno libri, per due grandi fattori legati entrambi a internet. Il primo è che la Rete ha accelerato la nostra disabitudine alla lettura lunga, alla concentrazione su una lettura e un’occupazione sola, al regalare un tempo quieto a occupazioni come queste. È una considerazione ormai condivisa e assodata: la specie umana sta diventando inadatta alla lettura lunga.
Il secondo fattore è che gli spazi e i tempi un tempo dedicati alla lettura di libri stanno venendo occupati in gran parte da altro, e subiscono la competizione di videogiochi, social network, video online, e mille altre opportunità a portata di mano sempre e ovunque. Quelli che leggevano libri sui tram o nelle sale d’aspetto o sui treni oggi stanno sui loro smartphone, e non a leggere ebooks. Ormai stanno sui loro smartphone anche prima di addormentarsi, molti. Tutto quel tempo, non è più a disposizione delle lentezze dei libri: è preso.

La seconda questione centrale nella crisi dell’oggetto libro è che è diventato marginale come mezzo di costruzione e diffusione della cultura contemporanea, che invece sempre più trova luoghi di dibattito, espressione, sintesi, su internet e in formati più brevi. Che non sono necessariamente più superficiali, anzi spesso sono molto più densi e ricchi di certi saggi di 300 pagine allungati intorno a una sola idea (vediamo anche di dire che il libro ha spesso costretto, “per scrivere un libro”, a stirare in lunghezze ridondanti buone riflessioni da cinquanta pagine, se non dieci): ma qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.

Leggi tutto: http://www.wittgenstein.it/2014/01/08/la-fine-dei-libri

la solitudine della letteratura maggiore

HELENA JANECZEK

Trovo il pezzo di Baldrati veramente utile. Ma la sua riflessione ha senso solo se si parte dall’ammissione che si tratta a modo suo di un buon romanzo. Ossia non di una cosa paragonabile a Moccia, non di “un prodotto omogeneo ai canoni commerciali più biechi”, nemmeno di artigianato.
A me è capitato di leggerlo in dattiloscritto. E ricordo benissimo il momento in cui mi sono convinta che il libro c’era. Era la scena in cui Alice e Mattia escono mano nella mano, in mezzo ai loro compagni “vincenti” e sono rimasta toccata da quelle pagine. Non lo dico principalmente per convincere Niky Lismo o altri che non si tratta della solita “operazione di marketing” fatta in casa Mondadori in cui l’autore sarebbe un puro optional (ma meglio se è giovane e carino) con questi puri dati. Lo dico perché non funziona mai così, tantomeno nel caso di un simile successo clamoroso. Questi fenomeni non si possono confezionare (cosa che tra l’altro sarebbe il sogno di qualsiasi editore). Ma avvengono perché un certo libro incontra la sensibilità di un pubblico, perché ha qualcosa dentro che gli parla, che entra in risonanza. E questa cosa nel libro dev’esserci dentro. Sta all’editore averne una certa intuizione, anche se questa intuizione resta sempre un azzardo di cui tra l’altro non si riescono mai ad intuire gli esiti – nel caso di un esordio- e spesso va pure male.
Comunque io della mia esperienza (che non è quella di editor resonsabile) parlavo, perché la situazione in cui ti trovi a leggere la stampata di un dattiloscritto di un tizio perfettamente sconosciuto, e ben diversa da quella di chi guarda a un libro confezionato che ha venduto quasi un milione di copie. Sei solo tu e quelle pagine stampate che se la giocano con altre identiche pagine stampate che macini (nel mio caso) più o meno quotinianamente. E allora la diversità la noti tantissimo. Noti che persino tu, lettore sgamato, “professionale”, entri nella sospensione dell’incredulità, che cessi di notare che una certa trovata somiglia a quella di un altro autore, che lo stile è fatto così e cosà ecc. ecc. Leggi e basta.
Detto questo posso anche essere d’accordo che “La solitudine dei numeri primi” non spicca per nessuna particolare virtù stilistica, non inventa nulla di inedito e così via. Ma è un libro coerente e non furbo, privo com’è di un raggio di luce in fondo (cosa che tra l’altro delude molti lettori), un libro in cui – credo- il suo autore ha creduto.
Detto questo, il punto più interssante per me è proprio quello su cui si focalizza Baldrati e che vale per Giordano così come per scrittori italiani e stranieri di chiara fama che nessuno taccerebbe di essere prodotti editoriali. Il punto è proprio il legame fra individualismo (solitario) e la sua supposta universalità che lo rende preciso da un lato (quello psciologico), scontornato dall’altro ed è una sorta di condizione di partenza, forse la più importante, per candidarlo al main stream. E’ questa la cosa su cui vale la pena fermarsi a riflettere, se si cerca una letteratura che sia altro.

Helena Janeczek

http://www.nazioneindiana.com/2008/12/27/paolo-giordano-la-solitudine-della-letteratura-maggiore

testo e feticcio

LONDRA - BEATLES MEMORABILIA ALL ASTA DA CHRISTIE S

tuttavia, fare critica (infatti, sì, loro suppongono che esista la “poesia”, la “letteratura”, e quindi la “critica”) per questa compagnia di giro consiste pressappoco nel dare stellette e palline agli scritti più esangui e incorporei, più raggelati e naturalmente (bella forza) ineccepibili e inattaccabili, ma inevitabilmente più noiosi e insignificanti. uno scritto significa infatti sempre il corpo per cui sta o che estende, e privo di quello, resta un simulacro e un feticcio. che cosa significa un testo, se non significa un corpo che traspare nella sua indecenza e nudità, nella sua vulnerabile e rischiosa esposizione? che cosa deve dire il linguaggio, se non la non significanza, se non la carne sfigurata, se non l’imbarazzante, ridicola e oscena nudità degli affetti umani? la scommessa naturalmente è consolidare in qualche modo questo materiale in una forma, o detto con un noto paradosso, che però resta una boutade piuttosto puritana, ricrearlo artificialmente per esprimerlo con efficacia. ma come nella nevrosi il significante inghiotte il significato, nella letteratura gli stanchi epigoni delle vive esplorazioni concettuali di 50 anni fa si mettono al sicuro da ogni rischio, da ogni vertigine, con l’alibi del controllo formale.

il problema come sempre è preliminare. questa comunità o combriccola, che si potrebbe definire con qualche approssimazione dei vetero-avanguardisti e degli asemantici, o solo dei neo-feticisti, che generalmente passano la vita ad animare premi (che si assegnano infallibilmente l’un l’altro), compilare antologie, scalare accademie e redazioni e azionare i muscoli sopracciliari, non assumono in realtà una prospettiva radicalmente etica (semmai addizionano all’azione letteraria un impegno sociale che ne resta estraneo, e agisce parallelamente con tutt’altri linguaggi), ma di fatto prevalentemente agonistica e feticistica. i 2 atteggiamenti sono connessi. il testo è ridotto a un feticcio che esaurisce in sé il suo significato. il testo, essendo in rapporto solo con altri feticci, esistendo solo in una dimensione orizzontale, non offre altro interesse che quello del confronto formale e quantitativo con altri testi. per prospettiva etica, intendo qualcosa di più che responsabile, semmai responsabile di uno spazio che ben al di là del perimetro e dello spessore letterario, comprende tutto il percepibile fino a forzarne i confini.

http://www.nazioneindiana.com/2013/07/30/del-sentimento

 

co-publishing?

youcrime

Insistiamo. Un editore storico come Rizzoli che premia l’aspirante autore più bravo non a livello letterario, ma nella comunicazione digitale. Non teme le critiche che arriveranno?
“La comunicazione vera parte dal contenuto, ossia dal testo. Il contest misura l’abilità relativa dei partecipanti, all’interno del gruppo di riferimento, a farsi leggere e a ottenere consenso. Tutti possono scrivere qualcosa. La vera sfida sta nel riuscire a farsi leggere: questo vale a tutti i livelli. In YOU CRIME, peraltro, le leve del marketing come il pricing e l’advertising sono escluse dalla competizione. Ovvero sono uguali per tutti. Stesso prezzo per tutti gli e-book e l’advertising generale dell’iniziativa è gestito da noi. Abbiamo anche fornito ai dodici partecipanti un ‘marketing kit digitale‘ contenente una creatività generale su YOU CRIME e un’altra personalizzata, dedicata al singolo autore, da usare sui vari social media. Anche su questo tutti gli autori in gara sono alla pari. Poi, ovviamente, a partire da questi strumenti di comunicazione di base che gli abbiamo fornito, tutti e dodici sono liberi di sbizzarrirsi come vogliono, anzi noi li incoraggiamo a farlo. Questa premessa per dire che bisogna parlare di comunicazione digitale a partire dal contenuto. Il contest misura questo. Per fare un paragone automobilistico, è come dire che la macchina, il circuito, lo staff tecnico, l’organizzazione e gli sponsor li mettiamo noi, mentre i piloti/partecipanti cercano di guidare al meglio e di superarsi a vicenda”.

Una sperimentazione rischiosa…
“Da leader italiani dell’innovazione digitale, continuiamo a solcare nuovi mari in cerca di nuove terre, per intuire in anticipo le opportunità del futuro e per capire meglio come noi possiamo contribuire alla creazione del futuro stesso. Se vale la pena di sperimentare un’idea, conviene farlo prima che lo faccia qualcun altro. L’esperienza che si acquista è, oggi, un asset competitivo importante in un’industria, in fase di evidente trasformazione, che è lungi dall’avere raggiunto il plateau digitale“.

E le critiche della rete?
“Ben vengano quelle costruttive, anche se siamo consci che, data l’assoluta novità del format YOU CRIME per i racconti, nessuno (noi stessi inclusi) può avere, al momento, alcuna evidenza e/o benchmark oggettivo per giudicare. Essere i primi a fare qualcosa comporta evidentemente alcuni rischi. La critica distruttiva di parte o quella semplicemente non qualificata, è il rumore di fondo dell’essere in rete. Non si può essere in rete senza il rumore di fondo”.

http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/oltre-il-self-publishing-rizzoli-punta-sul-co-publishing-e-lancia-il-contest-digitale

 

La fabbrica di “like” e “follower”

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Bangladesh, la fabbrica di “like” e “follower”.
Ecco i forzati del successo online

Una troupe della britannica Channel 4 scopre a Dakha i laboratori in cui, h24, si producono consensi su Facebook e Twitter a pagamento. Un business che impiega circa 20mila persone per 12 dollari al mese. Il manager: “E’ tutto legale, se poi è immorale è un problema di chi ce lo commissiona”.

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leggi tutto: http://www.repubblica.it/tecnologia/2013/08/03/news/farm_like

 

L’espressione subdola del potere

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“I social network sono l’espressione più subdola del potere. La censura si verifica quando si nega l’accesso alla parola, ma anche quando se ne concede un eccessivo diritto, come avviene sul web, dove non si proibisce la possibilità di esprimersi, ma la parola cade in una massa di informazioni lasciando il tempo che trova. Sui social network tutti gridano, ma nessuno ascolta. La società è sempre di più omologata, oggi c’è un’enorme colata di omogeneità e dire una parola contro questa colata è impossibile. Ed è sempre più difficile essere controcorrente”.

http://firenze.repubblica.it/cronaca/2013/06/08/news/siti_il_web_e_i_social_network_un_espressione_subdola_del_potere

 

Ventottomila?

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I dati delle Quirinarie.
Oggi sul sito di Beppe Grillo sono stati pubblicati anche i dati delle Quirinarie, numeri che non erano stati pubblicati in un primo momento e che avevano fatto scattare una polemica interna nel M5S sulla questione della trasparenza. Ora il M5S fa sapere che lo scorso 15 aprile, 48.292 persone sono state chiamate a partecipare all’elezione del candidato Presidente della Repubblica del M5S.
I voti espressi sono stati 28.518, così ripartiti: Milena Gabanelli: 5.796; Gino Strada: 4.938; Stefano Rodotà: 4.677; Gustavo Zagrebelsky: 4.335; Ferdinando Imposimato: 2.476; Emma Bonino: 2.200; Gian Carlo Caselli: 1.761 Romano Prodi: 1.394; Dario Fo: 941

http://www.repubblica.it/politica/2013/04/23/news/grillo_in_autunno_italia_in_bancarotta